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domenica 27 aprile 2014

La vita di San Giovanni Paolo II - Breve Biografia

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Sua Santità Giovanni Paolo II



Breve Biografia


Karol Józef Wojtyła, divenuto Giovanni Paolo II con la sua elezione alla Sede Apostolica il 16 ottobre 1978, nacque a Wadowice, città a 50 km da Kraków (Polonia), il 18 maggio 1920. Era l’ultimo dei tre figli di Karol Wojtyła e di Emilia Kaczorowska, che morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941. La sorella, Olga, era morta prima che lui nascesse.

Fu battezzato il 20 giugno 1920 nella Chiesa parrocchiale di Wadowice dal sacerdote Franciszek Zak; a 9 anni ricevette la Prima Comunione e a 18 anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi nella scuola superiore Marcin Wadowita di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università Jagellónica di Cracovia.

Quando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava ed, in seguito, nella fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania.

A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo di Cracovia, il Cardinale Adam Stefan Sapieha. Nel contempo, fu uno dei promotori del "Teatro Rapsodico", anch’esso clandestino.

Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel seminario maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jagellónica, fino alla sua ordinazione sacerdotale avvenuta a Cracovia il 1̊ novembre 1946, per le mani dell’Arcivescovo Sapieha.

Successivamente fu inviato a Roma, dove , sotto la guida del domenicano francese P. Garrigou-Lagrange, conseguì nel 1948 il dottorato in teologia, con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce (Doctrina de fide apud Sanctum Ioannem a Cruce). In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda.

Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowić, vicino a Cracovia, e poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese i suoi studi filosofici e teologici. Nel 1953 presentò all’Università cattolica di Lublino la tesi: "Valutazione della possibilità di fondare un'etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler". Più tardi, divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino.

Il 4 luglio 1958, il Papa Pio XII lo nominò Vescovo titolare di Ombi e Ausiliare di Cracovia. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak.

Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia da Papa Paolo VI, che lo creò e pubblicò Cardinale nel Concistoro del 26 giugno 1967, del Titolo di S. Cesareo in Palatio, Diaconia elevata pro illa vice a Titolo Presbiterale.

Partecipò al Concilio Vaticano II (1962-1965) con un contributo importante nell’elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Il Cardinale Wojtyła prese parte anche alle 5 assemblee del Sinodo dei Vescovi anteriori al suo Pontificato.

I Cardinali, riuniti in Conclave, lo elessero Papa il 16 ottobre 1978. Prese il nome di Giovanni Paolo II e il 22 ottobre iniziò solennemente il ministero Petrino, quale 263° successore dell’Apostolo. Il suo pontificato è stato uno dei più lunghi della storia della Chiesa ed è durato quasi 27 anni.

Giovanni Paolo II ha esercitato il suo ministero con instancabile spirito missionario, dedicando tutte le sue energie sospinto dalla sollecitudine pastorale per tutte le Chiese e dalla carità aperta all’umanità intera. I suoi viaggi apostolici nel mondo sono stati 104. In Italia ha compiuto 146 visite pastorali. Come Vescovo di Roma, ha visitato 317 parrocchie (su un totale di 333).

Più di ogni Predecessore ha incontrato il Popolo di Dio e i Responsabili delle Nazioni: alle Udienze Generali del mercoledì (1166 nel corso del Pontificato) hanno partecipato più di 17 milioni e 600 mila pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose [più di 8 milioni di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000], nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo. Numerose anche le personalità governative ricevute in udienza: basti ricordare le 38 visite ufficiali e le altre 738 udienze o incontri con Capi di Stato, come pure le 246 udienze e incontri con Primi Ministri.

Il suo amore per i giovani lo ha spinto ad iniziare, nel 1985, le Giornate Mondiali della Gioventù. Le 19 edizioni della GMG che si sono tenute nel corso del suo Pontificato hanno visto riuniti milioni di giovani in varie parti del mondo. Allo stesso modo la sua attenzione per la famiglia si è espressa con gli Incontri mondiali delle Famiglie da lui iniziati a partire dal 1994.

Giovanni Paolo II ha promosso con successo il dialogo con gli ebrei e con i rappresentati delle altre religioni, convocandoli in diversi Incontri di Preghiera per la Pace, specialmente in Assisi.

Sotto la sua guida la Chiesa si è avvicinata al terzo millennio e ha celebrato il Grande Giubileo del 2000, secondo le linee indicate con la Lettera apostolica Tertio millennio adveniente. Essa poi si è affacciata al nuovo evo, ricevendone indicazioni nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte, nella quale si mostrava ai fedeli il cammino del tempo futuro.

Con l’Anno della Redenzione, l’Anno Mariano e l’Anno dell’Eucaristia, Giovanni Paolo II ha promosso il rinnovamento spirituale della Chiesa.

Ha dato un impulso straordinario alle canonizzazioni e beatificazioni, per mostrare innumerevoli esempi della santità di oggi, che fossero di incitamento agli uomini del nostro tempo: ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione - nelle quali ha proclamato 1338 beati - e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi. Ha proclamato Dottore della Chiesa santa Teresa di Gesù Bambino.

Ha notevolmente allargato il Collegio dei Cardinali, creandone 231 in 9 Concistori (più 1 in pectore, che però non è stato pubblicato prima della sua morte). Ha convocato anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio.

Ha presieduto 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi: 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990; 1994 e 2001), 1 assemblea generale straordinaria (1985) e 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 [2] e 1999).

Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Lettere encicliche, 15 Esortazioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche.

Ha promulgato il Catechismo della Chiesa cattolica, alla luce della Tradizione, autorevolmente interpretata dal Concilio Vaticano II. Ha riformato i Codici di diritto Canonico Occidentale e Orientale, ha creato nuove Istituzioni e riordinato la Curia Romana.

A Papa Giovanni Paolo II, come privato Dottore, si ascrivono anche 5 libri: “Varcare la soglia della speranza” (ottobre 1994); "Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio" (novembre 1996); “Trittico romano”, meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); “Alzatevi, andiamo!” (maggio 2004) e “Memoria e Identità” (febbraio 2005).

Giovanni Paolo II è morto in Vaticano il 2 aprile 2005, alle ore 21.37, mentre volgeva al termine il sabato e si era già entrati nel giorno del Signore, Ottava di Pasqua e Domenica della Divina Misericordia.

Da quella sera e fino all’8 aprile, quando hanno avuto luogo le Esequie del defunto Pontefice, più di tre milioni di pellegrini sono confluiti a Roma per rendere omaggio alla salma del Papa, attendendo in fila anche fino a 24 ore per poter accedere alla Basilica di San Pietro.

Il 28 aprile successivo, il Santo Padre Benedetto XVI ha concesso la dispensa dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte, per l’inizio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II. La Causa è stata aperta ufficialmente il 28 giugno 2005 dal Cardinale Camillo Ruini, Vicario Generale per la diocesi di Roma.

La vita di San Giovanni XXIII - Breve Biografia

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Sua Santità Giovanni XXIII



Breve Biografia


Giovanni XXIII nacque a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo, il 25 novembre 1881, primo figlio maschio di Marianna Mazzola e di Giovanni Battista Roncalli. La sera stessa il neonato venne battezzato dal parroco don Francesco Rebuzzini, ricevendo il nome di Angelo Giuseppe. Gli fece da padrino l'anziano prozio Zaverio Roncalli, il primo dei sette zii di papà Battista, uomo molto pio, che, rimasto celibe, si era assunto il compito di educare religiosamente i numerosi nipoti. Il futuro Giovanni XXIII conservò un ricordo commosso e riconoscente per le cure e le sollecitudini di questo vecchio patriarca.

Manifestando fin dalla fanciullezza una seria inclinazione alla vita ecclesiastica, terminate le elementari, si preparò all'ingresso nel seminario diocesano ricevendo un supplemento di lezioni di italiano e latino da alcuni sacerdoti del luogo e frequentando il prestigioso collegio di Celana. Il 7 novembre 1892 fece il suo ingresso nel seminario di Bergamo, dove fu ammesso alla terza classe ginnasiale. Dopo un avvio difficoltoso per l'insufficiente preparazione, non tardò a distinguersi sia nello studio che nella formazione spirituale, tanto che i superiori lo ammisero prima del compimento del quattordicesimo anno alla tonsura. Avendo proficuamente terminato nel luglio del 1900 il secondo anno di teologia, fu inviato il gennaio successivo a Roma presso il seminario romano dell'Apollinare, dove esistevano alcune borse di studio a favore dei chierici bergamaschi. Pur con l'intermezzo di un anno di servizio militare prestato a Bergamo a partire dal 30 novembre 1901, la formazione seminaristica risultò particolarmente fruttuosa.

Il 13 luglio 1904, alla giovanissima età di ventidue anni e mezzo, conseguì il dottorato in teologia. Con il più lusinghiero giudizio dei superiori, il 10 agosto 1904, fu ordinato sacerdote nella chiesa di S. Maria di Monte Santo; celebrò la prima Messa il giorno seguente nella Basilica di S. Pietro, durante la quale ribadì la sua donazione totale a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa. Dopo un breve soggiorno nel paese natale, nell'ottobre iniziò a Roma gli studi di diritto canonico, interrotti nel febbraio del 1905, quando fu scelto quale segretario dal nuovo Vescovo di Bergamo Mons. Giacomo Radini Tedeschi. Furono circa dieci anni di intenso impegno accanto ad un Vescovo autorevole, molto dinamico e ricco di iniziative che contribuirono a fare della diocesi bergamasca un modello per la Chiesa italiana.

Oltre al compito di segretario, svolse altri numerosi incarichi. Dal 1906 ebbe l'impegno dell'insegnamento di numerose materie in seminario:  storia ecclesiastica, patrologia e apologetica; dal 1910 gli fu assegnato anche il corso di teologia fondamentale. Salvo brevi intervalli, svolse questi incarichi fino al 1914. Lo studio della storia gli consentì l'elaborazione di alcuni studi di storia locale, tra cui la pubblicazione degli Atti della Visita Apostolica di s. Carlo a Bergamo (1575), una fatica durata decenni e portata a termine alla vigilia dell'elezione al Pontificato. Fu anche direttore del periodico diocesano "La Vita Diocesana" e dal 1910 assistente dell'Unione Donne Cattoliche. La prematura scomparsa di Mons. Radini nel 1914 pose fine ad un'esperienza pastorale eccezionale, che, se pur segnata da qualche sofferenza come l'infondata accusa a lui rivolta di modernismo, il futuro Giovanni XXIII considerò sempre punto di riferimento fondamentale per l'assolvimento degli incarichi a cui fu di volta in volta chiamato. Lo scoppio della guerra nel 1915 lo vide prodigarsi per più di tre anni come cappellano col grado di sergente nell'assistenza ai feriti ricoverati negli ospedali militari di Bergamo, giungendo ad atti di autentico eroismo. Nel luglio del 1918 accettò generosamente di prestare servizio ai soldati affetti da tubercolosi, sapendo di rischiare la vita per il pericolo di contagio.

Del tutto inaspettato giunse nel dicembre del 1920 l'invito del Papa a presiedere l'opera di Propagazione della Fede in Italia, quando a Bergamo aveva da poco avviato l'esperienza della Casa degli studenti, un'istituzione a metà tra il pensionato e il collegio, e contemporaneamente fungeva da direttore spirituale in seminario. Dopo forti titubanze, finì con l'accettare, iniziando con molta cautela un incarico che si presentava molto delicato per i rapporti con le organizzazioni missionarie già esistenti. Compì un lungo viaggio all'estero per la realizzazione del progetto della Santa Sede mirante a portare a Roma le varie istituzioni di sostegno alle missioni e visitò diverse diocesi italiane per la raccolta di fondi e l'illustrazione delle finalità dell'opera da lui presieduta.

Nel 1925 con la nomina a Visitatore Apostolico in Bulgaria iniziò il periodo diplomatico a servizio della Santa Sede, che si prolungò fino al 1952. Dopo l'ordinazione episcopale avvenuta a Roma il 19 marzo 1925, partì per la Bulgaria con il compito soprattutto di provvedere ai gravi bisogni della piccola e disastrata comunità cattolica. L'incarico inizialmente a termine si trasformò in una permanenza decennale, durante la quale Roncalli pose le basi per la fondazione di una Delegazione Apostolica, di cui lui stesso venne nominato primo rappresentante nel 1931. Non senza difficoltà riuscì a riorganizzare la Chiesa cattolica, ad instaurare relazioni amichevoli con il Governo e la Casa Reale bulgara, nonostante l'incidente del matrimonio ortodosso di re Boris con la principessa Giovanna di Savoia, e ad avviare i primi contatti ecumenici con la Chiesa Ortodossa bulgara. Il 27 novembre 1934 fu nominato Delegato Apostolico in Turchia ed in Grecia, paesi anche questi senza relazioni diplomatiche con il Vaticano. A differenza della Grecia, dove l'azione di Roncalli non ottenne risultati di rilievo, le relazioni con il governo turco invece migliorano progressivamente per la comprensione e la disponibilità mostrate dal Delegato nell'accettare le misure ispirate dalla politica di laicizzazione perseguite da quel governo. Con tatto e abilità organizzò alcuni incontri ufficiali con il Patriarca di Costantinopoli, i primi dopo secoli di separazione con la Chiesa Cattolica.

Durante la Seconda Guerra Mondiale conservò un prudenziale atteggiamento di neutralità, che gli permise di svolgere un'efficace azione di assistenza a favore degli Ebrei, salvati a migliaia dallo sterminio, e a favore della popolazione greca, stremata dalla fame.

Inaspettatamente, per decisione personale di Pio XII, fu promosso alla prestigiosa Nunziatura di Parigi, dove giunse con grande sollecitudine il 30 dicembre 1944. Lo attendeva una situazione particolarmente intricata. Il governo provvisorio chiedeva la destituzione di ben trenta Vescovi, accusati di collaborazionismo con il governo di Vichy. La calma e l'abilità del nuovo Nunzio riuscirono a limitare a solo tre il numero dei Vescovi destituiti. Le sue doti umane lo imposero alla stima dell'ambiente diplomatico e politico parigino, dove instaurò rapporti di cordiale amicizia con alcuni massimi esponenti del governo francese. La sua attività diplomatica assunse una esplicita connotazione pastorale attraverso visite a molte diocesi della Francia, Algeria compresa.

L'effervescenza e l'ansia apostolica della Chiesa francese, testimoniata dall'avvio dell'esperienza dei preti operai, trovarono in Roncalli un osservatore attento e prudente, che riteneva necessario un congruo periodo di tempo prima di una decisione definitiva.

Coerentemente al suo stile di obbedienza, accettò prontamente la proposta di trasferimento alla sede di Venezia ove giunse il 5 marzo 1953, fresco della nomina cardinalizia decisa nell'ultimo Concistoro di Pio XII. Il suo episcopato si caratterizzò per lo scrupoloso impegno con cui adempì i principali doveri del Vescovo, la visita pastorale e la celebrazione del Sinodo diocesano. La rievocazione della storia religiosa di Venezia gli suggerì iniziative pastorali nuove, come il progetto di riavvicinare i fedeli alla Sacra Scrittura, rifacendosi alla figura del proto-patriarca s. Lorenzo Giustiniani, solennemente commemorato nel corso del 1956.

L'elezione, il 28 ottobre 1958, del settantasettenne Cardinale Roncalli a Successore di Pio XII induceva molti a pensare ad un Pontificato di transizione. Ma fin dall'inizio Giovanni XXIII rivelò uno stile che rifletteva la sua personalità umana e sacerdotale maturata attraverso una significativa serie di esperienze. Oltre a ripristinare il regolare funzionamento degli organismi curiali, si preoccupò di conferire un'impronta pastorale al suo ministero, sottolineandone la natura episcopale in quanto Vescovo di Roma. Convinto che il diretto interessamento della diocesi costituiva una parte essenziale del Ministero Pontificio, moltiplicò i contatti con i fedeli tramite le visite alle parrocchie, agli ospedali e alle carceri. Attraverso la convocazione del Sinodo diocesano volle assicurare il regolare funzionamento delle istituzioni diocesane mediante il rafforzamento del Vicariato e la normalizzazione della vita parrocchiale.

Il più grande contributo giovanneo è rappresentato senza dubbio dal Concilio Vaticano II, il cui annuncio fu dato nella basilica di s. Paolo il 25 aprile 1959. Si trattava di una decisione personale, presa dal Papa dopo consultazioni private con alcuni intimi e col Segretario di Stato, Cardinale Tardini. Le finalità assegnate all'Assise Conciliare, elaborate in maniera compiuta nel discorso di apertura dell'11 ottobre 1962, erano originali:  non si trattava di definire nuove verità, ma di riesporre la dottrina tradizionale in modo più adatto alla sensibilità moderna. Nella prospettiva di un aggiornamento riguardante tutta la vita della Chiesa, Giovanni XXIII invitava a privilegiare la misericordia e il dialogo con il mondo piuttosto che la condanna e la contrapposizione in una rinnovata consapevolezza della missione ecclesiale che abbracciava tutti gli uomini. In quest'apertura universale non potevano essere escluse le varie confessioni cristiane, invitate anch'esse a partecipare al Concilio per dare inizio ad un cammino di avvicinamento. Nel corso della prima fase si poté costatare che Giovanni XXIII voleva un Concilio veramente deliberante, di cui rispettò le decisioni dopo che tutte le voci ebbero modo di esprimersi e di confrontarsi.

Nella primavera del 1963 fu insignito del Premio "Balzan" per la pace a testimonianza del suo impegno a favore della pace con la pubblicazione delle Encicliche Mater et Magistra (1961) e Pacem in terris (1963) e del suo decisivo intervento in occasione della grave crisi di Cuba nell'autunno del 1962. Il prestigio e l'ammirazione universali si poterono misurare pienamente in occasione delle ultime settimane della sua vita, quando tutto il mondo si trovò trepidante attorno al capezzale del Papa morente ed accolse con profondo dolore la notizia della sua scomparsa la sera del 3 giugno 1963.

venerdì 11 gennaio 2013

Catechismo di San Pio X - Indice generale e breve presentazione.

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Oggi cominciamo un nuovo viaggio, alla scoperta del Catechismo di San Pio X. Nel 1905, San Pio X promulgò una versione rivista di un catechismo del 1765, che chiamò Compendio della dottrina ristiana e che attualmente è noto come Catechismo Maggiore. Nell’ottobre del 1912 lo stesso Pontefice pubblicò un nuovo catechismo, di impostazione differente dal primo, più breve (433 domande e risposte) e a carattere più pedagogico, chiamato Catechismo della dottrina cristiana. Questo testo, edito in numerose edizioni e dalla diffusione ininterrotta, ha formato più generazioni del ’900, almeno fino al Concilio.


Nella lettera di approvazione del nuovo catechismo, che doveva sostituire il vecchio, San Pio X scriveva:

Papa Pio X
«Fin dai primordi del nostro Pontificato rivolgemmo la massima cura all’istruzione religiosa del popolo cristiano e in particolare dei fanciulli, persuasi che gran parte dei mali che affliggono la Chiesa provengono dall’ignoranza della sua dottrina e delle sue leggi […]. Esortiamo vivamente nel Signore tutti i catechisti, ora che la brevità stessa del testo ne agevola il lavoro, a volere con tanto maggiore cura spiegare e far penetrare nelle anime dei giovanetti la dottrina cristiana, quanto maggiore è oggidì il bisogno d’una soda istruzione religiosa, per il dilagare dell’empietà e dell’immoralità. Ricordino sempre che il frutto del Catechismo dipende quasi totalmente dal loro zelo e dalla loro intelligenza e maestria nel rendere l’insegnamento più lieve e gradito agli alunni».

Il Catechismo di san Pio X è una perfetta sintesi della dottrina cattolica che Papa Sarto fece realizzare elaborando un testo che egli, aveva scritto, in qualità di Vescovo di Mantova. Fu parroco e catechista e per tale ragione comprese tutta l’importanza dell’insegnamento della dottrina: la prima pietra per edificare la dimora cristiana di ciascuna anima.

Beato Giacomo Alberione
Scriveva il beato Giacomo Alberione: «Oggi occorre (…) tener presente che si acuisce sempre più la lotta pro e contro Cristo: e che la vittoria dipende dall’istruzione religiosa; (…) Il catechista pio, istruito, esemplare; il catechista che conosce bene ciò che deve insegnare ed il modo d’insegnare; il catechista che sa organizzare la sua classe e le classi; il catechista che soprattutto ama le anime e nulla risparmia per esse (…) opererà un grande bene tra la gioventù e gli adulti, nonostante tutte le accresciute difficoltà di oggi, che sono realmente tante e gravi».

Ha cento anni ma non li dimostra, ha formato generazioni di cattolici con un geniale sistema di domande e risposte da memorizzare. Dal giorno in cui venne messo da parte (negli anni successivi al Concilio Vaticano II) è iniziato il cosiddetto "inverno dottrinale" delle nuove generazioni. Ma nel 2003, in un'intervista al settimanale "30 giorni" l'allora cardinale Joseph Ratzinger dichiarò: "«La fede come tale è sempre identica. Quindi anche il Catechismo di san Pio X conserva sempre il suo valore. (…) questo non esclude che ci possano essere persone o gruppi di persone che si sentano più a loro agio col Catechismo di san Pio X. (…) Il Catechismo di san Pio X potrà avere anche in futuro degli amici».".

L’ora et labora di san Benedetto ha costruito nel silenzio e nel fervore la civiltà cristiana e quindi quell’Europa di cui oggi si colgono le ultime luci. In questi tempi di disorientamento e di trionfo di ogni relativismo, lo studio della parte essenziale del Catechismo di san Pio X può contribuire alla formazione di cattolici dottrinalmente solidi, determinati a resistere e a costruire, novelli monaci di fronte ai nuovi barbari.

Urge pertanto un recupero di questo Catechismo che sancì un linguaggio ed una formulazione unitari della dottrina cattolica con la geniale idea di formulare domande brevi con relative risposte incisive ed essenziali in un linguaggio appropriato ma facilmente comprensibile.

Questa la struttura del Catechismo:


PRIME PREGHIERE E FORMULE  DA SAPERSI A MEMORIA 

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Parte I «CREDO » 
ossia 
PRINCIPALI VERITÀ DELLA FEDE CRISTIANA

  1. CAPO I Misteri principali - Segno della santa Croce.  
  2. CAPO II Unità e Trinità di Dio.
  3. CAPO III Creazione del mondo - Origine e caduta dell'uomo.
  4. CAPO IV Incarnazione, Passione e Morte del Figliolo di Dio.
  5. CAPO V Venuta di Gesù Cristo alla fine del mondo. I due giudizi, particolare e universale.
  6. CAPO VI Chiesa Cattolica - Comunione dei Santi.  
  7. CAPO VII Remissione dei peccati - Peccato.  
  8. Capo VIII  Resurrezione della carne - Vita eterna - Amen.

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PARTE II
COMANDAMENTI DI DIO - PRECETTI DELLA CHIESA 
VIRTU' ossia MORALE CRISTIANA

  1. Capo I Comandamenti di Dio (§ 1. Comandamenti di Dio in generale. -  § 2. Comandamenti dl Dio in particolare.)
  2. Capo II Precetti generali della Chiesa.
  3. Capo III Virtù (§ 1. Virtù in generale - Virtù teologali .- § 2 - Esercizio degli atti di fede, di speranza e di carità. Consigli evangelici § 3. Virtù morale e vizio - Beatitudini evangeliche

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PARTE III
MEZZI DELLA GRAZIA 
Sezione I - Sacramenti o mezzi produttivi

  1. Capo I Sacramenti in generale.
  2. Capo II Battesimo.
  3. Capo III Cresima o Confermazione.
  4. Capo IV Eucaristia (§ 1. Sacramento, istituzione, fine. - § 2. Presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia. - § 3. Santa comunione, disposizioni, obbligo, effetti. - § 4. Santo Sacrificio della Messa.)
  5. Capo V Penitenza (§ 1. Sacramento e sue parti - Esame di coscienza.- § 2. Dolore e proponimento -§ 3 Confessione dei peccati. -  § 4. Assoluzione - Soddisfazione - Indulgenze.)
  6. Capo VI Estrema Unzione.
  7. Capo VII Ordine.
  8. Capo VIII Matrimonio.

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PARTE III
MEZZI DELLA GRAZIA

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ORAZIONI QUOTIDIANE


lunedì 3 dicembre 2012

La Santa Comunione in Mano: Storia di un abuso diffuso.

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LA S. COMUNIONE IN MANO: STORIA DI UN ABUSO

La Madonna ci chiede di ricevere l' Eucaristia in ginocchio, direttamente dalle mani del sacerdote, perché solo i sacerdoti possono prendere l' Ostia in mano: solo loro hanno le mani consacrate come i 12 apostoli, i primi 12 sacerdoti consacrati da Gesù.

Padre Pellegrino Ernetti descrive nel suo libro “La Catechesi di satana” ciò che piace a lucifero, come si sa da alcuni esorcismi: “la particola alla mano, così posso calpestare il vostro Dio, quel Dio che io ho ucciso, e posso celebrare le mie messe (le messe nere) con i miei sacerdoti che ho strappato a Lui …

Ma perché allora la Chiesa permette che i fedeli ricevano l' Eucaristia direttamente sulla mano e non sulla lingua?

L’origine di una simile prassi

Nel 16° secolo i riformatori protestanti, nel loro nuovo culto, introdussero la Comunione sulla mano per affermare due loro eresie fondamentali:

1) Essi non credevano nella transustanziazione ed affermavano che il pane usato era semplicemente pane comune. In altre parole sostenevano che la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia fosse solo una superstizione papista ed il pane fosse semplice pane che chiunque poteva maneggiare.

2) Inoltre affermavano che il ministro della Comunione non era affatto diverso, per natura, dai laici. Questo contro l’insegnamento cattolico che il Sacramento dell’Ordine Sacro dona al sacerdote un potere spirituale e sacramentale, imprime cioè un segno indelebile nella sua anima e lo rende sostanzialmente diverso dai laici. AI contrario invece il ministro protestante è un uomo comune che guida gli inni, fa sermoni per sostenere le convinzioni dei credenti. Egli non può trasformare il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue di Nostro Signore, non può benedire, non può perdonare i peccati, non può, in una parola, fare niente che non possa fare un qualsiasi semplice laico. Egli, dunque, non è veicolo di Grazia soprannaturale.

Il ristabilimento protestante della Comunione nella mano fu un modo immediato per manifestare il rifiuto di credere nella reale presenza di Cristo nell’Eucaristia e il rifiuto del Sacerdozio Sacramentale: in breve fu il loro modo di rifiutare I‘intero Cattolicesimo. Da quel momento, la Comunione sulla mano acquistò un significato chiaramente anticattolico. Era una pratica palesemente anticattolica, fondata sulla negazione della reale presenza di Cristo nell‘Eucaristia e del Sacerdozio.

Interpretazioni erronee del Concilio Vaticano II

Dopo il Vaticano II, in Olanda, alcuni preti cattolici di mentalità protestante cominciarono a dare la Comunione sulla mano, scimmiottando la pratica protestante. Purtroppo alcuni Vescovi olandesi, anziché fare il loro dovere e condannare l’abuso, lo tollerarono, e in tal modo permisero che l’abuso si diffondesse incontrollato. La pratica si diffuse dunque in Germania, Belgio, Francia. Ma se alcuni Vescovi parvero indifferenti a questo scandalo, gran parte del laicato di allora rimase oltraggiato. Fu proprio l‘indignazione di un gran numero di fedeli che spinse papa Paolo VI a prendere l’iniziativa di sondare l’opinione dei Vescovi del mondo su questa questione, ed essi votarono unanimamente per MANTENERE la pratica tradizionale di ricevere la Santa Comunione sulla lingua. È anche doveroso notare che, in quel periodo, l’abuso era limitato a pochi Paesi Europei. Non era ancora iniziato negli Stati Uniti e in America Latina. Papa Paolo VI promulgò allora, il 28 maggio 1969, il documento Memoriale Domini in cui affermava testualmente:

1) I Vescovi del mondo sono unanimemente contrari alla Comunione sulla mano.

2) Deve essere osservato il modo consueto di distribuire la Comunione, ossia il sacerdote deve porre l’Ostia sulla lingua dei comunicandi.

3) La Comunione sulla lingua non toglie dignità in alcun modo a chi si comunica.

4) Ogni innovazione può portare all’irriverenza ed alla profanazione dell‘Eucaristia, così come può progressivamente intaccare la corretta dottrina.

Il documento afferma inoltre: il Supremo Pontefice giudica che il modo tradizionale ed antico di amministrare Ia Comunione ai fedeli non deve essere cambiato. La Sede Apostolica invita perciò fortemente i Vescovi, i preti ed il popolo ad osservare con zelo questa legge.

Ma questa era l’epoca del compromesso, e il documento conteneva in sé il germe della sua stessa distruzione affermando che, dove l’abuso si era gia fortemente consolidato, poteva essere legalizzato dalle Conferenze Episcopali Nazionali con Ia maggioranza dei due terzi, in un ballottaggio segreto (a patto che Ia Santa Sede confermasse Ia decisione). Questa eccezione andò alla fine a vantaggio dei sostenitori della Comunione nella mano. Si deve sottolineare che l’Istruzione diceva “dove l’abuso si é gia consolidato”, per cui i Paesi ove Ia pratica non si era sviluppata restavano esclusi dalla concessione, quindi anche i Paesi anglofoni e gli Stati Uniti. Ma il clero di mentalità protestante in altri Paesi (compreso il nostro) concluse che, se questa ribellione veniva legalizzata in Olanda, allora poteva essere legalizzata ovunque. Ignorando il Memoriale Domini e sfidando la legge liturgica della Chiesa, pensavano che questa ribellione non solo sarebbe stata tollerata, ma alla fine legalizzata.

Questo fu esattamente ciò che accadde, ed ecco perché abbiamo oggi Ia pratica della Comunione sulla mano.


Disobbedienza e inganno

La Comunione sulla mano, quindi, non solo fu avviata nella disobbedienza ma fu perpetuata con l’inganno.

Negli anni '70 una diffusa propaganda fu usata per proporre Ia Comunione sulla mano ad un popolo ingenuo, con una campagna dl mezze verità che:

1) Davano al cattolici Ia falsa impressione che il Vaticano II avesse approvato una disposizione per tale abuso, mentre dl fatto non vi si accenna in alcun documento del Concilio.

2) Si taceva il fatto che Ia pratica fu avviata da un clero di mentalità filoprotestante e filomassone, in spregio alla legge liturgica stabilita, facendola apparire come una richiesta da parte del laicato.

3) Si taceva il fatto che i Vescovi di tutto il mondo, quando fu sondata Ia loro opinione, votarono unanimemente contro Ia Comunione nella mano.

4) Non si faceva alcun riferimento al fatto che il permesso era solo una tolleranza dell'abuso, laddove si fosse già instaurato e consolidato nel 1969. Non vi era affatto un “via libera” perché si diffondesse ad altri Paesi come l’Italia e gli Stati Uniti.

La visione distorta attuale

Siamo ora arrivati al punto in cui Ia Comunione sulla mano è addirittura presentata come il modo migliore dl ricevere l’Eucaristia; Ia maggior parte del nostri fanciulli cattolici è stata male istruita a ricevere Ia Prima Comunione sulla mano. Al fedeli si dice che è una pratica facoltativa e, se a loro non piace, possono riceverLa sulla lingua. La tragedia dl tutto questo è che, se questo è facoltativo per il laicato, non Io è per il clero. I preti sono chiaramente istruiti ad amministrare Ia Comunione sulla mano, che a loro piaccia o no, gettando così moltissimi preti in una agonizzante crisi dl coscienza.

In base al Magistero della Chiesa nessun prete può essere legittimamente forzato ad amministrare Ia Comunione sulla mano. Dobbiamo pregare affinché il maggior numero di preti abbia il coraggio dl salvaguardare Ia riverenza dovuta a questo Sacramento e non venga intrappolato in una falsa ubbidienza che fa sì che essi collaborino alla perdita dl sacralità dl Cristo nell’Eucaristia. I preti devono trovare il coraggio dl combattere questa nuova pratica che fa parte dell‘occulta strategia dl protestantizzazione del Cattolicesimo. Ricordiamo infatti che Papa Paolo VI, giustamente, predisse che Ia Comunione sulla mano avrebbe portato all’irriverenza e alla profanazione dell’Eucaristia e ad una graduale erosione della dottrina ortodossa.

Questo abuso illegittimo si è nel tempo ben radicato come “tradizione locale”, così che anche Papa Giovanni Paolo II non ebbe successo nel suo tentativo di frenare |’abuso. Nella sua Lettera Dominicae Cenae del 24 febbraio 1980, il Papa riaffermò infatti l’insegnamento della Chiesa che toccare le Sacre Specie e amministrarLe con le proprie mani è privilegio del consacrati. Ma, non si sa per quali motivi, questo documento del 1980 non conteneva alcuna sanzione contro laici, sacerdoti o vescovi che avessero ignorato Ia difesa dell’uso della Comunione sulla lingua come voleva il Papa. Una legge senza una pena non è una legge, diventa un mero suggerimento. Così iI documento dl Giovanni Paolo II fu accolto da diversi membri del clero del paesi dell’Occidente come un suggerimento, per lo più non apprezzato e purtroppo trascurato...

Fonte:
LA STORIA DELLA COMUNIONE SULLA MANO
Cronistoria di un abuso liturgico filo-protestante: ecco come il nuovo modo della Comunione nelle mani si fece largo nella Chiesa. (Don Marcello Stanzione, Presidente dell’Associazione ‘Milizia di San Michele Arcangelo’)

giovedì 11 ottobre 2012

I Dieci Comandamenti

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Incontriamo oggi nel nostro viaggio i Dieci Comandamenti, affronteremo questo tema grazie alle parole degli ultimi due Pontefici ed al Catechismo della Chiesa Cattolica.

Nell'udienza generale dell'1 marzo 2000, Papa Giovanni Paolo II riguardo ai Dieci Comandamenti ha ricordato le parole del Deuteronomio: Ascolta Israele ...Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli” (6,4-7). “I Dieci Comandamenti schiudono davanti a noi l'unico futuro autenticamente umano e questo perché non sono l'arbitraria imposizione di un Dio tirannico. Jahvè li ha scritti nella pietra, ma li ha incisi soprattutto in ogni cuore umano quale universale legge morale valida ed attuale in ogni luogo ed in ogni tempo”.

E ancora il Santo Padre Giovanni Paolo II (nell'omelia della Messa celebrata ad Amman, in Giordania, il 21 marzo 2000, nell'ambito del pellegrinaggio giubilare in Terra Santa) ha definito i Dieci Comandamenti “la divina pedagogia dell'amore, poiché indicano l'unico cammino sicuro per il compimento del nostro anelito più profondo: l'insopprimibile ricerca dello spirito umano del bene, della verità e dell' armonìa “. Mentre nella santa Messa celebrata per i giovani sul Monte delle Beatitudini, il 24 marzo 2000, ha ricordato che la Legge e le Beatitudini insieme tracciano il cammino della sequela di Cristo e il sentiero regale verso la maturità e la libertà spirituali”, aggiungendo che i Dieci Comandamenti possono sembrare negativi, ma non lo sono, perché andando oltre il male che nominano, indicano il cammino verso la legge d'amore che è il primo e il più grande dei Comandamenti: 'Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente ... Amerai il prossimo tuo come te stesso' (Mt 22, 37-39). Gesù stesso afferma di non essere venuto per abolire la Legge, ma per darle compimento (cfr. Mt 5,17). Il suo messaggio è nuovo ma non distrugge ciò che già esiste”. 

Ancora, durante la Messa celebrata il 26 marzo 2000, nella chiesa del Santo Sepolcro, il Papa ha affermato che attraverso il Decalogo e la legge morale inscrìtta nel cuore umano (cfr. Rm 2,15), Dio sfida radicalmente la libertà di ogni uomo e di ogni donna. Rispondere alla voce di Dio che risuona nel profondo della nostra coscienza e scegliere il bene è l'uso più sublime della libertà umana”.


Papa Benedetto XVI nel suo libro "Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio. In colloquio con Peter Seewald" scritto quando ancora era cardinale scrive: "
I Dieci Comandamenti sono considerati dalla Chiesa espressione della premura di Dio per l

'uomo, devono indicarci la via per vivere meglio". 




I Dieci Comandamenti
Sintesi per la catechesi

Ascolta Israele! Io sono il Signore Dio tuo:
1. Non avrai altro Dio all’infuori di me.
2. Non nominare il nome di Dio invano.
3. Ricordati di santificare le feste.
4. Onora il padre e la madre.
5. Non uccidere.
6. Non commettere atti impuri.
7. Non rubare.
8. Non dire falsa testimonianza.
9. Non desiderare la donna d’altri.
10. Non desiderare la roba d’altri.

La Chiesa (numero 2064 del Catechismo della Chiesa Cattolica) fedele alla Scrittura e in conformità all'esempio di Gesù, ha riconosciuto al Decalogo un'importanza e un significato fondamentali. Lo insegna, lo propone a tutti, invita tutti alla conversione. E facendolo, invita anche se stessa, i suoi appartenenti, a convertirsi. In Gesù vi sono due aspetti che convivono: la totale intransigenza nei confronti del peccato, la più grande misericordia per i peccatori. 


La veggente di Medjugorje Vicka ci ricorda che: "Una persona che si comporta contro Dio, che non prega, che non segue i comandamenti di Dio, ecco, quella persona ha già scelto il proprio inferno. Tutto dipende dalla nostra libera scelta. Una persona che vuole andare all'inferno va, per le altre c'è sempre la possibilità di salvarsi".

Infatti anche Padre Gabriele Amorth alla domanda: Qual è il modo per difendersi dal maligno? Risponde senza esitazioni: "Ritornare ai dieci Comandamenti, alle leggi di Dio. Vedere che le leggi di Dio non sono proibitive, ma leggi di salvezza. Ritornare ad amarci, ritornare alla concordia, ritornare all’onestà. Oggi la società è basata proprio sull’ingiustizia: bisogna ritornare a Dio".

Vediamo ora di affrontare i Dieci Comandamenti con l'aiuto del Catechismo della Chiesa Cattolica (Parte terza "LA VITA IN CRISTO" - Sezione seconda "I DIECI COMANDAMENTI"):

«Maestro che cosa devo fare...?»

 Al punto 2052 ci ricorda le parole di Gesù in risposta alla domanda: « Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? ». Al giovane che gli rivolge questa domanda, Gesù risponde innanzi tutto richiamando la necessità di riconoscere Dio come « il solo Buono », come il Bene per eccellenza e come la sorgente di ogni bene. Poi Gesù gli dice: « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti ». Ed elenca al suo interlocutore i comandamenti che riguardano l'amore del prossimo: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre ». Infine Gesù riassume questi comandamenti in una formulazione positiva: « Ama il prossimo tuo come te stesso » (Mt 19,16-19).

Al punto seguente (2053) a questa prima risposta se ne aggiunge subito una seconda: « Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi » (Mt 19,21). Essa non annulla la prima. La sequela di Gesù implica l'osservanza dei comandamenti. La Legge non è abolita, ma l'uomo è invitato a ritrovarla nella persona del suo Maestro, che ne è il compimento perfetto. Nei tre Vangeli sinottici, l'appello di Gesù, rivolto al giovane ricco, a seguirlo nell'obbedienza del discepolo e nell'osservanza dei comandamenti, è accostato all'esortazione alla povertà e alla castità. I consigli evangelici sono indissociabili dai comandamenti.

Al punto (2055) troviamo la domanda posta a Gesù: « Qual è il più grande comandamento della Legge? » (Mt 22,36), Gesù risponde: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti » (Mt 22,37-40). Il Decalogo deve essere interpretato alla luce di questo duplice ed unico comandamento della carità, pienezza della Legge:
« Il precetto: Non commettere adulterio, Non uccidere, Non rubare, Non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore » (Rm 13,9-10).

Il Decalogo nella Sacra Scrittura

Al numero 2056 troviamo: La parola « Decalogo » significa alla lettera « dieci parole » (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). Queste « dieci parole » Dio le ha rivelate al suo popolo sulla santa montagna. Le ha scritte con il « suo dito », a differenza degli altri precetti scritti da Mosè. Esse sono parole di Dio per eccellenza. Ci sono trasmesse nel libro dell'Esodo e in quello del Deuteronomio. Fin dall'Antico Testamento i Libri Santi fanno riferimento alle « dieci parole ». Ma è nella Nuova Alleanza in Gesù Cristo che sarà rivelato il loro pieno senso. Il Decalogo è un cammino di vita (2057) « Ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi » (Dt 30,16). Al numero 2058 si ribadisce: Le « dieci parole » riassumono e proclamano la Legge di Dio: « Queste parole pronunciò il Signore, parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nube e dall'oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede » (Dt 5,22). Perciò queste due tavole sono chiamate « la Testimonianza » (Es 25,16). Esse contengono infatti le clausole dell'Alleanza conclusa tra Dio e il suo popolo. Queste « tavole della Testimonianza » (Es 31,18; Es 32,15; Es 34,29) devono essere collocate nell'« arca » (Es 25,16; 40,1-3).


Il Decalogo nella Tradizione della Chiesa


Veniamo ora al Decalogo nella Tradizione della Chiesa. Al numero 2067 si afferma: I dieci comandamenti enunciano le esigenze dell'amore di Dio e del prossimo. I primi tre si riferiscono principalmente all'amore di Dio e gli altri sette all'amore del prossimo.

« Come sono due i comandamenti dell'amore, nei quali si compendia tutta la Legge e i Profeti – lo diceva il Signore [...] –, così gli stessi dieci comandamenti furono dati in due tavole. Si dice infatti che tre fossero scritti su una tavola e sette su un'altra ». (Sant'Agostino, Sermo 33)

Al numero 2068 si ricorda Il Concilio di Trento, esso insegna che i dieci comandamenti obbligano i cristiani e che l'uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli. Il Concilio Vaticano II afferma: « I Vescovi, quali successori degli Apostoli, ricevono dal Signore [...] la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del Battesimo e dell'osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza ».

L'obbligazione del Decalogo


Importante è la parte che ribadisce L'obbligazione del Decalogo:

2072 Poiché enunciano i doveri fondamentali dell'uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell'essere umano.

2073 L'obbedienza ai comandamenti implica anche obblighi la cui materia, in se stessa, è leggera. Così l'ingiuria a parole è vietata dal quinto comandamento, ma non potrebbe essere una colpa grave che in rapporto alle circostanze o all'intenzione di chi la proferisce.

«Senza di me non potete far nulla»

Il catechismo ci insegna che consigli evangelici sono indissociabili dai comandamenti. (2074) Gesù dice: « Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla » (Gv 15,5). Il frutto indicato in questa parola è la santità di una vita fecondata dall'unione con Cristo. Quando crediamo in Gesù Cristo, comunichiamo ai suoi misteri e osserviamo i suoi comandamenti, il Salvatore stesso viene ad amare in noi il Padre suo ed i suoi fratelli, Padre nostro e nostri fratelli. La sua persona diventa, grazie allo Spirito, la regola vivente ed interiore della nostra condotta. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati »



I Dieci Comandamenti


1. IL PRIMO COMANDAMENTO
«Io sono il Signore, tuo Dio: non avrai altri dei di fronte a me»



2. IL SECONDO COMANDAMENTO
«Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio»


3. IL TERZO COMANDAMENTO
«Ricordati del giorno di sabato per santificarlo»


4. IL QUARTO COMANDAMENTO
«Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio»


5. IL QUINTO COMANDAMENTO
«Non uccidere»


6. IL SESTO COMANDAMENTO
«Non commettere atti impuri»


7. IL SETTIMO COMANDAMENTO
«Non rubare»


8. L'OTTAVO COMANDAMENTO
«Non mentire» 
o «Non pronunziare falsa testimonianza»


9. IL NONO E IL DECIMO COMANDAMENTO
«Non desiderare la donna d'altri» 

10. IL DECIMO COMANDAMENTO
«Non desiderare la roba d'altri»








Fonti utilizzate:
http://www.santorosario.net/
http://medjugorje.altervista.org/
http://www.santantonioalberobello.it/

lunedì 5 marzo 2012

Beata Chiara "Luce" Badano - Un'anima straordinaria

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Incontriamo oggi Chiara Luce Badano, ad affrontarne la storia sembra quasi di entrare in una vita normale, pur nella sua straordinarietà, ma la verità va oltre. La giovane spentasi nel 1990 all'eta di 19 anni dopo una lunga malattia e dopo aver dato prova di una profonda autenticità di vita cristiana. Lascia stupiti soprattutto per il modo di affrontare la malattia, dopo una brevissima ribellione iniziale ecco il sorriso, che diede forza ai genitori e agli amici. Con uno spessore spirituale alto che la fa sentire al tempo stesso vicina: come se dicesse con la sua breve esistenza che la santità è una via praticabile per tutti.

Chiara "Luce" Badano

Nata a Sassello (un paese dell'Appennino ligure in provincia di Savona) nel 1971 dopo un'attesa di undici anni da parte dei genitori,  il padre Ruggero, camionista, e la madre Maria Teresa, casalinga. Chiara ha doti di dolcezza e vivacità insieme, una grande comunicativa e un'attenzione spontanea verso gli "ultimi", fin dagli anni dell'asilo. Volitiva, tenace, altruista, di lineamenti fini, snella, grandi occhi limpidi, sorriso aperto, ama la neve e il mare, pratica molti sport; viene educata dalla mamma (attraverso le parabole del Vangelo) a parlare con Gesù e a digli «sempre di sì». Ha un debole per le persone anziane che copre di attenzioni.

L'incontro con Chiara Lubich

A nove anni conosce i ‘Focolarini’ di Chiara Lubich ed entra a fare parte dei ‘Gen’. E prende alla lettera le parole di Chiara Lubich. La scoperta che Dio la ama immensamente e che si può corrispondere al suo immenso amore, segna una svolta nelle sue scelte. Conoscere il Vangelo e mettere in pratica quanto scritto in quelle pagine, inizia a caratterizzare da allora il suo stile di vita che condivide con le altre ragazze del Gen 3. Insieme percorrono "il santo viaggio", un cammino personale e comunitario: la meta è aiutarsi reciprocamente nella realizzazione del disegno d'amore che Dio ha su ciascuna di loro. Periodicamente si riuniscono in piccoli gruppi, le unità gen, caratterizzate dall'approfondimento della spiritualità che le anima e da momenti di comunione di esperienze. Favorendo la creatività, promuovono le più diverse iniziative con l'obiettivo di irradiare l'amore evangelico tra i ragazzi della loro età e trasformare l'ambiente intorno a loro.

Ha molti amici che trovano in lei apertura e ascolto. Ma alle medie prova anche l'emarginazione di chi la chiama "suorina" per il suo impegno cristiano. In quarta ginnasio la bocciatura, subìta come ingiustizia, poi la delusione al primo innamoramento. Ma ogni insuccesso diventa per lei una pedana di lancio. Conosce un gruppo di giovani che vivono il Vangelo e li segue in ogni iniziativa, facendosi coinvolgere pienamente.

Dai suoi quaderni traspare la gioia e lo stupore nello scoprire la vita. Terminate le medie a Sassello si trasferisce a Savona dove frequenta il liceo classico.


Trovava Gesù nei lontani, negli atei e tutta la sua vita è stata una tensione all’amore concreto per tutti. Ogni sua giornata fu una gemma da innalzare a Dio, dando un senso eterno ad ogni gesto.
Dinamica, sportiva, bella, Chiara si sente amata da Dio e lo vuole portare a tutti coloro che incontra sulla sua strada. Animata da profondo rispetto per ognuno, manifesta con schiettezza il proprio pensiero di credente, ma evita di prevaricare sulla libertà e coscienza dell’interlocutore: ben più efficace dei ragionamenti è infatti la sua testimonianza di serenità e di generosa disponibilità.


Lei non parla di Gesù agli altri, lo porta con la sua vita. Dice infatti: «Io non devo dire di Gesù, ma devo dare Gesù con il mio comportamento» e così si ripensa allo straordinario insegnamento di sant’Ignazio di Antiochia: «È meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo».
La gioia di vivere, l’entusiasmo per le piccole cose, la contemplazione del creato,  la  felicità di godere dell’amicizia erano il nutrimento delle sue giornate.



La scoperta della malattia ed il "si" a Dio.

A sedici anni, durante una partita a tennis, avverte i primi lancinanti dolori ad una spalla: callo osseo la prima diagnosi, osteosarcoma dopo analisi più approfondite. Il 28 febbraio del 1989 viene sottoposta al primo delicato intervento chirurgico. Il 14 marzo successivo si reca all'ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino per nuovi esami e per iniziare la chemioterapia. In quell'occasione il medico la informa della gravità della malattia: un tumore tra i più terribili e dolorosi. La mamma, che non ha potuto accompagnarla in ospedale per motivi di salute, racconta così il rientro a casa dopo quel colloquio. "Quando è arrivata alla porta le chiedo: "Chiara, com'è andata?" Ma lei, senza guardarmi, era cupa in volto, risponde: "Ora, non parlare - per due volte - ora, non parlare". E si butta così come era lunga sul suo letto. Io volevo dirle tante cose: "Poi vedrai, magari... sei giovane...", ma dovevo rispettare quello che lei mi aveva chiesto. Vedevo dall'espressione del suo volto la lotta che Chiara faceva dentro di sé. Dopo venticinque minuti - io guardavo l'orologio - lei si volta verso di me col suo sorriso di sempre, raggiante, proprio uno sguardo pieno di luce con un bel sorriso e dice: "Mamma, ora puoi parlare - due volte - ora, puoi parlare". Chiara ha impiegato venticinque minuti a dire il suo "sì" a Dio, e non si è più voltata indietro".

Il calvario della malattia

Inizia il suo calvario, ma non si ribella, ripetendo "Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io". Inutili interventi alla spina dorsale, chemioterapia, spasmi, paralisi alle gambe. Rifiuta la morfina che le toglierebbe lucidità ed affronta cure dolorosissime rimanendo serena e forte e donando tutto per la Chiesa, i giovani, le Missioni. Si informa di tutto, non perde mai il suo abituale sorriso. Alcuni medici, non praticanti, si riavvicinano a Dio "attratti come da una calamita". Si sottopone alla chemioterapia e alle sedute di radioterapia, affrontando tutto come identificazione con i dolori di Cristo. Si abbandona e allora la malattia diventa per lei fatto marginale, vivendolo in Gesù. "Sono sempre stato impressionato", racconta il dottor Brach, "dalla forza di accettazione della malattia da parte di Chiara e dei suoi familiari. Lei conosceva la gravità del male che l’aveva colpita e fui io stesso a spiegarle quanto fosse grave la sua situazione, e che quindi avrebbe incontrato crisi di vomito, avrebbe perso i capelli e sarebbe andata incontro ad infezioni, emorragie ed altre conseguenze".

Eppure, accanto a lei, parenti e amici continuano a respirare aria di festa. Chiacchiera volentieri, gioca, scherza. Non c’è odore di malattia, né di prossima morte. La vita continua a fuoriuscire da lei e gli altri si abbeverano a questa straordinaria fonte. Si consuma e si offre per amore di Gesù ai dolori della Chiesa, al Movimento dei Focolari e ai giovani. La sua cameretta, in ospedale prima e a casa poi, diventa una piccola chiesa, luogo di incontro e di apostolato: "L’importante è fare la volontà di Dio...è stare al suo gioco...Un altro mondo mi attende...Mi sento avvolta in uno splendido disegno che, a poco a poco, mi si svela...Mi piaceva tanto andare in bicicletta e Dio mi ha tolto le gambe, ma mi ha dato le ali..." Chiara Lubich, che la seguirà da vicino, durante tutta la malattia, in un’affettuosa lettera le pone il soprannone di ‘Luce’Non un lamento mentre il male avanza e i dolori aumentano. Si prepara alla "festa": "Nessuno dovrà piangere"; sceglie l'abito da sposa da indossare per le sue esequie mentre attende lo Sposo che verrà a prenderla.

Mons. Livio Maritano, vescovo dicocesano, così la ricorda: "...Si sentiva in lei la presenza dello Spirito Santo che la rendeva capace di imprimere nelle persone che l’avvicinavano il suo modo di amare Dio e gli uomini. Ha regalato a tutti noi un’esperienza religiosa molto rara ed eccezionale".

L'incontro con "lo Sposo"

Un particolare pensiero va alla gioventù: "...I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, però vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi. I giovani hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene!".  Non ha paura di morire. Aveva detto alla mamma: "Non chiedo più a Gesù di venire a prendermi per portarmi in Paradiso, perché voglio ancora offrirgli il mio dolore, per dividere con lui ancora per un po' la croce". Negli ultimi giorni, Chiara non riesce quasi più a parlare, ma vuole prepararsi all’incontro con ‘lo Sposo’ e si sceglie l’abito bianco, molto semplice, con una fascia rosa. Lo fa indossare alla sua migliore amica per vedere come le starà. Spiega anche alla mamma come dovrà essere pettinata e con quali fiori dovrà essere addobbata la chiesa; suggerisce i canti e le letture della Messa. Vuole che il rito sia una festa. Le ultime sue parole: "Mamma sii felice, perché io lo sono. Ciao!".

Muore all’alba del 7 ottobre 1990. E’ “venerabile” dal 3 luglio 2008. E' stata beatificata il 25 settembre 2010 presso il Santuario del Divino Amore in Roma.

Alcuni video, il primo dalla trasmissione "A sua immagine":


il secondo è un video sulla manifestazione tenuta nell' aula Paolo VI in Vaticano dopo la celebrazione della beatificazione avvenuta al Santuario del Divino Amore

La beatificazione presieduta a Roma dall'arcivescovo Amato:

Chiara Badano e la luce dello Spirito

"La beata Chiara Badano è una missionaria di Gesù, un'apostola del Vangelo come buona notizia a un mondo ricco di benessere, ma spesso malato di tristezza e di infelicità. Ella ci invita a ritrovare la freschezza e l'entusiasmo della fede". Lo ha detto l'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, presiedendo il rito di beatificazione della giovane focolarina (1971-1990), svoltosi sabato pomeriggio, 25 settembre, nel santuario romano del Divino Amore
.
Davanti a migliaia di fedeli giunti da ogni parte del mondo e con i giovani in prima linea, monsignor Amato, in rappresentanza di Benedetto XVI, ha iscritto il nome di Chiara nell'albo dei beati. È la prima volta che un'appartenente al Movimento dei Focolari viene elevata all'onore degli altari.


"L'invito a ritrovare l'entusiasmo della fede - ha detto il presule - è rivolto a tutti, ai giovani anzitutto, ma anche agli adulti, ai consacrati, ai sacerdoti. A tutti è data la grazia sufficiente per diventare santi. Rispondiamo con gioia a questo invito di santità e ringraziamo Benedetto XVI per il dono della beatificazione della nostra Chiara Luce", come amava chiamarla la fondatrice dei Focolari Chiara Lubich. "Si tratta - ha proseguito - di un segno concreto della fiducia e della stima che il Papa ha nei giovani, nei quali vede il volto giovane e santo della Chiesa".

La spiritualità focolarina è stata vissuta dalla nuova beata in maniera esemplare. A questo proposito, l'arcivescovo ha sottolineato come "l'abito nuziale col quale Chiara andò incontro al Signore Gesù era impreziosito dai "sette diamanti" della spiritualità cristiana e focolarina: Dio Amore; fare la volontà di Dio; Parola di vita vissuta; amore verso il prossimo; amore reciproco che realizza l'unità; presenza di Gesù nell'unità". "Ma c'è - ha aggiunto - un settimo diamante, il più prezioso, che brilla più degli altri, ed è l'amore a Gesù Crocifisso e abbandonato". Questo - secondo Chiara Lubich - è "il cardine principe, che riassume la spiritualità focolarina e che la beata ha interpretato al meglio. L'amore a Gesù abbandonato le infuse quell'energia spirituale, quella grazia capace di sopportare ogni avversità".

Il presule ha poi proposto alcuni episodi della vita di Chiara Luce che rivelano la sua carità verso il prossimo. "Ad appena undici anni - ha ricordato - si propone di "amare chi mi sta antipatico". Quando invitava qualcuno a pranzo diceva alla mamma di mettere la tovaglia più bella, "perché oggi Gesù viene a trovarci". In paese c'era una certa signora Maria, una donna emarginata, che non godeva di nessuna considerazione e non andava mai in chiesa. Chiara, incontrandola spesso per strada, l'aiutava a portare gli oggetti pesanti e la chiamava "signora" Maria. Quando Maria seppe della morte di Chiara, volle andare in chiesa. Si vestì come si deve, partecipò alla messa e diede come offerta ben cinquantamila lire, molte per quei tempi". Un giorno un'amica domanda a Chiara: "Con gli amici al bar, ti capita di parlare di Gesù, cerchi di far passare qualcosa di Dio?". "No, non parlo di Dio". "Ma come, ti fai sfuggire le occasioni?": E lei: "Non conta tanto parlare di Dio. Io lo devo dare"".

La carità di Chiara era l'espressione della sua unione con Cristo. "Con i suoi atti d'amore - ha detto l'arcivescovo - la nostra beata ha anche riempito la valigia per il suo santo viaggio. L'amore a Gesù era da lei vissuto quotidianamente in mille episodi di carità. Non propositi al vento, ma fatti concreti. A Gianfranco Piccardo, volontario in partenza per scavare trenta pozzi d'acqua potabile in Benin, consegna i suoi risparmi, un milione e trecentomila lire, regalo per il suo ultimo compleanno, dicendo: "A me non servono, io ho tutto"".


La sua carità si manifestò anche negli ultimi giorni della sua vita. "Questa ragazza, all'apparenza fragile - ha aggiunto - in realtà era una donna forte. Anche sul letto di morte fece un ultimo dono, quello delle cornee ancora trapiantabili, perché non intaccate dal male. Furono espiantate e due giovani oggi vedono grazie a lei". Anche i medici rimasero meravigliati dal comportamento di Chiara di fronte alla malattia e alla sofferenza. "Innaturale, eccezionale, incredibile: sono questi - ha concluso il presule - gli aggettivi usati dai medici curanti per descrivere la serenità e la fortezza di Chiara di fronte alla malattia mortale. È vero. Il suo atteggiamento era innaturale, perché completamente soprannaturale, frutto di grazia divina, di fede infinita e di eroismo virtuoso. Lei parlava dell'abito di sposa per i suoi funerali, come farebbe una ragazza che si prepara per il matrimonio. Diceva: "Io non piango, perché sono felice". E alla mamma: "Quando mi vorrai cercare, guarda in cielo, mi troverai in una stellina". 

La sua memoria liturgica è stata fissata al 29 ottobre. ( tratto da L'Osservatore Romano - 26 settembre 2010)


fonti:

http://www.chiaralucebadano.it/


http://www.santiebeati.it/

http://www.cattoliciromani.com/forum/showthread.php/beata_chiara_luce_badano-29057p3.html

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