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mercoledì 2 maggio 2018

I Novissimi - Paradiso "Il Cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva"

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Il Paradiso


Introduzione


Il Paradiso è il cuore stesso di Dio, per il quale Egli ci ha creati; è l'amore eterno, la felicità e realizzazione piena della creatura. In Paradiso quella sete di felicità che mai si compie appieno nemmeno nelle cose più belle e più vere, e che spesso viene cercata nelle soddisfazioni sensuali e peccaminose, trova la sua perfetta estinzione. È un rapporto d'amore con Dio e fra di noi rappresentato dalle immagini bibliche del banchetto di nozze, nel quale si beve il vino nuovo e si mangiano cibi succulenti, serviti da Cristo.

La gioia del Paradiso può essere già parzialmente sperimentata su questa terra quando si è in intimità con Gesù e in grazia di Dio, nelle azioni e nelle intenzioni (1Gv15,11). La dottrina cattolica e la Bibbia insegnano che in Paradiso c'è una distinzione di gloria, a seconda del grado di santità personale che ciascuno ha realizzato nella propria vita. Altro è lo splendore di san Francesco o di un martire che ha effuso il proprio sangue per amore di Dio, altro quello di chi- come il cosiddetto buon ladrone - è stato salvato per misericordia dopo una vita spesa nel peccato. In ogni caso, sebbene ci sia una gerarchia di santità - ribadita dal Concilio di Firenze del 1438-1445 (Denzinger 693) - nessuno è insoddisfatto del proprio posto, perché è il massimo che gli compete, è la volontà di Dio, cui il beato si adegua appieno e nella quale trova la propria beatitudine. Si fa in proposito spesso l'esempio di un bicchiere che, piccolo o grande che sia, è pieno, nè potrebbe desiderare di contenere più acqua. Dal Cielo i beati non cessano di amare e quindi pregare ed intercedere per coloro che hanno amato su questa terra.


IL PARADISO


Il Paradiso è lo stato ed il luogo della suprema beatitudine, in cui gli Angeli buoni ed i Giusti godono della visione immediata di Dio. Questa espressione è analogica, dal termine persiano pairidaeza, passato al greco paràdeisos, cioè giardino di delizie, presente già in Senofonte; la ritroviamo nel testo masoretico e nella versione dei Settanta.

Non si conosce quale sia la sede del Paradiso, anzi si può forse dire che esso sia un mutamento di stato, oltre che un luogo determinato. San Paolo dichiara che «né occhio vide né orecchio udì, né entrò mai nel cuore dell'uomo quali cose abbia Dio preparato per coloro che lo amano» (I Cor. 2, 9; cfr. Is., 64, 4).

Il Paradiso è il luogo e lo stato di delizie delle quali tutti i giusti godranno per tutta l'eternità, in una felicità sovrannaturale e perfetta, nel possesso di Dio, nella fruizione della visione beatifica (Matth. 5, 8; I Cor. 13, 12), e ciò risulta anche dai documenti del Magistero («Exutas corporibus animas intueri clare Deum ipsum Trinum et Unum», Conc. di Ferrara-Firenze in Decr. Unionis; così pure Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus). Sant'Agostino riassume questo stato perfetto di gioia in tre termini: vacabimus, videbimus, amabimus. Le nostre facoltà saranno completate in Dio, supremo Bene ed ultimo fine cui l'uomo può giungere solo in virtù della Grazia.

In Paradiso vi saranno «tutti i beni senza alcuna sorta di male» (Cat. Rom.); si distingua però tra beni essenziali e beni accessori:

A. I beni essenziali derivano dal possesso immediato di Dio; in Paradiso la fede sarà sostituita dalla luce della gloria (I Cor. 13, 8-13), abito sovrannaturale che rende l'intelligenza immediatamente capace di vedere Dio com'è in Se stesso; non solamente - come in questa vita - per speculum in ænigmate, attraverso le creature che di Lui recano un vestigio di bellezza, ma Dio stesso, per Se stesso, interamente, in modo immediato ed intuitivo, più o meno perfetto, s'intende, secondo i meriti di ciascuno. Non mai però in modo totalmente comprensivo, perché Dio, infinitamente conoscibile in Se stesso, non potrà mai essere conosciuto infinitamente da un'intelligenza creata. In questa visione di Dio, secondo i Tomisti, consiste l'essenza fondamentale della beatitudine celeste. Da questa visione deriva nei giusti un sommo amore di Dio, amore più o meno perfetto secondo il grado della visione, ma indefettibile, perché la visione divina produce necessariamente l'impeccabilità; amore che in eterno si espanderà in lodi e ringraziamenti a Dio. Da questa visione e da questo amore deriva infine una felicità perfetta, una gioia infinita, che è la partecipazione alla felicità stessa infinita di Dio.

B. Beni accessori sono invece quelli che il corpo glorificato godrà insieme all'anima, di cui è stato compagno nei dolori della vita; ciascuno dei sensi godrà - secondo la sua natura - delle più pure delizie.

Ci si è spesso chiesti se in Paradiso permangano gli affetti umani. La sentenza più comune è quella che - fondandosi sulla natura universale della carità - afferma che nulla di ciò che è buono (l'affetto per i congiunti, per gli amici) andrà distrutto, ma sarà piuttosto purificato, ingrandito, fortificato, e messo in perfetta armonia con l'amore immenso di Dio. Anche la sacra Liturgia appoggia quest'interpretazione laddove, nella colletta per i genitori defunti di un sacerdote, fa dire: «Meque eos in æternæ claritatis gaudio fac videre».

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo:


II. Il cielo 
1023 Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono « così come egli è » (1 Gv 3,2), « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12):
« Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo [...] e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c'era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate, [...] anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l'ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al regno dei cieli e al paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l'essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura ». 
1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata « il cielo ». Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva. 
1025 Vivere in cielo è « essere con Cristo ». 616 Gli eletti vivono « in lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome:
« Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi Regnum – La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c'è Cristo, là c'è la vita, là c'è il Regno ».
1026 Con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha « aperto » il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui. 
1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1 Cor 2,9). 
1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo mistero alla contemplazione immediata dell'uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa « la visione beatifica »:
« Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l'onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, [...] godere nel regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell'immortalità raggiunta ».
1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all'intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui « regneranno nei secoli dei secoli » (Ap 22,5).

E ancora, sempre dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

VI. La speranza dei cieli nuovi e della terra nuova 
1042 Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato:
Allora la Chiesa « avrà il suo compimento [...] nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo ». 
1043 Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l'umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l'espressione: « i nuovi cieli e una terra nuova » (2 Pt 3,13). Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1,10). 
1044 In questo nuovo universo, la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli « tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate » (Ap 21,4). 
1045 Per l'uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell'unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è « come sacramento ». Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la « Città santa » di Dio (Ap 21,2), « la Sposa dell'Agnello » (Ap 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, dall'amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione. 
1046 Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l'uomo:
« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio [...] e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione [...]. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo » (Rm 8,19-23). 
1047 Anche l'universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, « affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti », partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto. 
1048 « Ignoriamo il tempo in cui saranno portate a compimento la terra e l'umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l'universo. Passa certamente l'aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini ». 
1049 « Tuttavia l'attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell'umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l'umana società, tale progresso è di grande importanza ». 
1050 « Infatti i beni della dignità dell'uomo, della comunione fraterna e della libertà, cioè tutti questi buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale ». Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna:
« La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la sua bontà promette veramente anche a noi uomini i beni divini della vita eterna ».


Infine riporto una bella catechesi tenuta da San Giovanni Paolo II in occasione di un'udienza generale (21 luglio 1999):

Il “Cielo” come pienezza di intimità con Dio


Lettura: 1 Gv 3, 2-3
Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Prima condizione: rompere con il peccato.
Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

1. Quando sarà passata la figura di questo mondo, coloro che hanno accolto Dio nella loro vita e si sono sinceramente aperti al suo amore almeno al momento della morte, potranno godere di quella pienezza di comunione con Dio, che costituisce il traguardo dell’esistenza umana.
Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, “questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata 'il cielo'. Il Cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva” (n. 1024).
Vogliamo oggi cercare di cogliere il senso biblico del “cielo”, per poter comprendere meglio la realtà cui questa espressione rimanda.

2. Nel linguaggio biblico il “Cielo” quando è unito alla “terra”, indica una parte dell’universo. A proposito della creazione, la Scrittura dice: “In principio Dio creò il Cielo e la terra” (Gn 1, 1).
Sul piano metaforico il cielo è inteso come abitazione di Dio, che in questo si distingue dagli uomini (cfr Sal 104, 2s.; 115,16; Is 66, 1). Egli dall’alto dei Cieli vede e giudica (cfr Sal 113, 4-9), e discende quando lo si invoca (cfr Sal 18,7.10; 144,5). Tuttavia la metafora biblica fa bene intendere che Dio né si identifica con il Cielo né può essere racchiuso nel Cielo (cfr 1 Re 8, 27); e ciò è vero, nonostante che in alcuni passi del primo libro dei Maccabei “il Cielo” sia semplicemente un nome di Dio (1 Mac 3, 18.19.50.60; 4, 24.55).
Alla raffigurazione del Cielo, quale dimora trascendente del Dio vivo, si aggiunge quella di luogo a cui anche i credenti possono per grazia ascendere, come nell'Antico Testamento emerge dalle vicenda di Enoc (cfr Gn 5, 24) e di Elia (cfr 2 Re 2, 11). Il Cielo diventa così figura della vita in Dio. In questo senso, Gesù parla di “ricompensa nei cieli” (Mt 5, 12) ed esorta ad “accumulare tesori nel Cielo” (ivi 6, 20; cfr 19, 21).

3. Il Nuovo Testamento approfondisce l'idea del Cielo anche in rapporto al mistero di Cristo. Per indicare che il sacrificio del Redentore assume valore perfetto e definitivo, la Lettera agli Ebrei afferma che Gesù “ha attraversato i Cieli” (Eb 4, 14) e “non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel Cielo stesso” (Ivi 9, 24). I credenti, poi, in quanto amati in modo speciale da parte del Padre, vengono risuscitati con Cristo e sono resi cittadini del Cielo. Vale la pena di ascoltare quanto in proposito l’apostolo Paolo ci comunica in un testo di grande intensità: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù” (Ef 2, 4-7). La paternità di Dio, ricco di misericordia, viene sperimentata dalle creature attraverso l’amore del Figlio di Dio crocifisso e risorto, il quale come Signore siede nei Cieli alla destra del Padre.

4. La partecipazione alla completa intimità con il Padre, dopo il percorso della nostra vita terrena, passa dunque attraverso l’inserimento nel mistero pasquale del Cristo. San Paolo sottolinea con vivida immagine spaziale questo nostro andare verso Cristo nei cieli alla fine dei tempi: “Quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro [i morti risuscitati] tra le nubi, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole” (1 Ts 4, 17-18).

Nel quadro della Rivelazione sappiamo che il “Cielo” o la “beatitudine” nella quale ci troveremo non è un’astrazione, neppure un luogo fisico tra le nubi, ma un rapporto vivo e personale con la Trinità Santa. È l’incontro con il Padre che si realizza in Cristo Risorto grazie alla comunione dello Spirito Santo.

Occorre mantenere sempre una certa sobrietà nel descrivere queste ‘realtà ultime’, giacché la loro rappresentazione rimane sempre inadeguata. Oggi il linguaggio personalistico riesce a dire meno impropriamente la situazione di felicità e di pace in cui ci stabilirà la comunione definitiva con Dio.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica sintetizza l’insegnamento ecclesiale circa questa verità affermando che “con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha ‘aperto’ il Cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della Redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il Cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui” (n. 1026).

5. Questa situazione finale può essere tuttavia anticipata in qualche modo oggi, sia nella vita sacramentale, di cui l’Eucaristia è il centro, sia nel dono di sé mediante la carità fraterna. Se sapremo godere ordinatamente dei beni che il Signore ci elargisce ogni giorno, sperimenteremo già quella gioia e quella pace di cui un giorno godremo pienamente. Sappiamo che in questa fase terrena tutto è sotto il segno del limite, tuttavia il pensiero delle realtà ‘ultime’ ci aiuta a vivere bene le realtà ‘penultime’. Siamo consapevoli che mentre camminiamo in questo mondo siamo chiamati a cercare “le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (Col 3, 1), per essere con lui nel compimento escatologico, quando nello Spirito egli riconcilierà totalmente con il Padre “le cose che stanno sulla terra e quelle nei Cieli” (Col 1, 20).



Approfondiamo il tema dei novissimi 

con post dedicati, ecco l'elenco:


I Novissimi - Paradiso "Il Cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva" 

mercoledì 25 aprile 2018

I Novissimi - Purgatorio "Per quanti si trovano in condizione di apertura a Dio, ma in un modo imperfetto, il cammino verso la piena beatitudine richiede una purificazione."

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Il Purgatorio



Introduzione

La terza realtà escatologica è il Purgatorio che a differenza delle prime due realtà (inferno e paradiso) dura soltanto fino alla fine del mondo e fino al giudizio universale: dopo il giudizio universale ci sarà soltanto o la gioia eterna o l'odio eterno come possibilità delle scelte della nostra libertà.

La sua esistenza è confermata dalla Bibbia (2Mac 12, 43 e 1 Cor 3, 12-15) già fin dal Libro dei Maccabei (che i protestanti escludono dal canone biblico, rifiutando così l'esistenza del Purgatorio). È una dimensione temporanea delle anime che durerà solo fino al Giudizio Universale, prima cioè della resurrezione della carne. In esso le persone che sono morte senza peccati mortali, ma che hanno mantenuto una sorta di affetto liberamente accolto per il peccato veniale, si purificano da
questa imperfezione.

Se la beatitudine paradisiaca è la totale conformazione della propria volontà a quella divina, il Purgatorio è un tempo nel quale, pur essendo già salvi, non si può contemplare Dio perché ancora non lo si desidera ed ama con tutto se stessi, perciò è necessario abbandonare ogni volontà che non sia indirizzata a Lui. Taluni parlano del Purgatorio come di un inferno temporaneo, ma è un errore. Se all'Inferno c'è la disperazione ed il tormento (il fuoco) per la lontananza eterna dalla felicità divina, in Purgatorio invece c'è sì la sofferenza motivata dalla mancata partecipazione alla visione beatifica, ma anche la gioia per la certezza di vederLo e di essere nella Sua volontà purificatrice. Il fuoco qui è un fuoco d'amore, simile alle gioiose sofferenze di chi sa che si congiungerà all'amato, ma deve aspettare il momento dell'incontro.

Il Concilio ecumenico di Firenze (1438-1445) definisce come verità di fede non solo l'esistenza del Purgatorio, ma anche la possibilità che le anime purganti possano essere liberate anzitempo grazie ai suffragi dei fedeli viventi (la Santa Messa, preghiere, indulgenze, elemosine ed altro, secondo le istituzioni della Chiesa) (Denzinger 693). Anche questa possibilità ha un fondamento biblico: il sacrificio espiatorio che Giuda Maccabeo offrì per l'assoluzione dei morti che avevano peccato di idolatria (2Mac 12,46) e la comunione mistica in Cristo, sia nel bene che nel male, di tutti gli uomini (Col 1,18). Lo stesso San Giovanni Crisostomo ribadisce e conferma la pia pratica (Omelia sulla prima lettera ai Corinzi, 41,5). Il Concilio di Trento (1545-1563) ordina poi che questa sacra dottrina sia diligentemente trasmessa ai fedeli (Denzinger 983; 940; 950).

Secondo il concetto di giustificazione elaborato nel Concilio di Trento il processo di giustificazione si identifica invece col processo di purificazione del cuore: il cuore umano prima si libera dal peccato mortale, poi dai peccati veniali e quindi da quelle radici del male che vengono chiamate dai teologi "concupiscenza", ossia quella spinta al male e all'egoismo che rimangono in noi anche in seguito del battesimo. Il processo di purificazione e di giustificazione secondo l'angolatura cattolica è un processo di bonifica interiore: si muore all'uomo vecchio e cresce in noi l'uomo nuovo, l'uomo nello Spirito Santo, l'uomo che non vive più secondo la carne ma secondo lo spirito, e il culmine di questo processo di giustificazione è la capacità di amare Dio sopra ogni cosa.


NOZIONE di Purgatorio



Come sostantivo (gr.: kathartèrion oppure purgatòrion, lat. purgare) questo nome si trova usato già dagli Occidentali nel secolo XI con Ildeberto Cenomanense. Nei secoli precedenti né la Sacra Scrittura né la Tradizione usano esplicitamente questo vocabolo, per quanto Sant'Agostino e San Gregorio Magno usino espressioni equivalenti. Più tardi, specialmente nel secolo XIII, consacrato dall'uso, il termine Purgatorium viene adibito nel Concilio di Ferrara-Firenze, contrariamente ai Greco-russi.
In questo senso il Concilio di Ferrara-Firenze e quello Tridentino (Sess. XIV, 3.XII.1563) hanno definito l'esistenza del Purgatorio come «pena temporale dovuta ai peccati già rimessi, per quanto sia certo che valga anche per i peccati veniali non rimessi i nquesta vita». Questa definizione dogmatica è comprovata dall'autorità di passi autorevolissimi dell'Antico Testamento (II Mach. 12, 43-46) e del Nuovo (Matth. 5, 26; 12, 32), dall'Apostolo San Paolo (I Cor. 3, 13 sgg.); è corroborata infine dalla testimonianza dell'antica archeologia cristiana con varie iscrizioni al riguardo.
Il Purgatorio si impone alla ragione perché è certo che nessuno viene ammesso al cospetto di Dio che non sia puro (Apoc. 21, 27); necessita quindi di uno stato o luogo di espiazione, dove le anime amiche di Dio e sue debitrici, mediante pene o suffragi, si possono purgare dalle scorie temporali e diventar degne di salire al cielo.
I teologi discutono molto circa il luogo, la qualità e l'intensità delle pene, il fuoco e la sua potenza, ma la Chiesa, mostrandosi aliena da ogni sottigliezza (cfr. Decr. De Purgatorio), riduce a due i punti essenziali della dottrina cattolica sul Purgatorio:
1. l'esistenza del Purgatorio, cioè di un luogo o stato penoso e transitorio dove le pene avranno la proprietà di essere espiatrici o purificatrici dell'anima;
2. la possibilità di aiutare le anime del Purgatorio mediante i suffragi della Chiesa, ossia attraverso le opere meritorie personali e soprattutto mediante il santo sacrificio della Messa.
La dottrina sul Purgatorio è stata trattata magistralmente da Santa Caterina da Genova.

Cos'è il Purgatorio


Una seconda problematica riguarda la natura stessa del purgatorio. In questa nostra meditazione cercheremo di mettere in chiaro qual è l'insegnamento della Chiesa Cattolica, perché per noi la Chiesa è quella autorità di origine divina - dato che Cristo ha dato questa autorità alla Chiesa e la Chiesa è assistita dallo Spirito Santo - che interpreta rettamente le Scritture. Vedremo poi come questo insegnamento ha radici nella Tradizione, nel testo biblico, e cercheremo di capire attraverso la riflessione teologica in che cosa in realtà consista il purgatorio. Infine, con una riflesione sulla pietà dei fedeli, vedremo quali sono i nostri rapporti con le anime purganti. Si tratta di una tematica ricchissima molto cara al cuore cristiano e attraverso la quale molte persone possono ricevere consolazione per i drammi che hanno vissuto di separazione coi propri cari riacquistando serenità e consolidando la loro fede nell'aldilà.

Introduciamoci dunque nel nostro tema cercando di dare una definizione di purgatorio. E' difficile discutere sul fatto se il purgatorio sia un luogo o piuttosto uno stato. Per quanto riguarda il paradiso e l'inferno non v'è dubbio che debbano essere un luogo perchè nell'inferno, come pure nel paradiso, ci saranno anche i corpi alla fine del mondo. Sappiamo invece che nel purgatorio ci sono solo le anime perché il purgatorio terminerà proprio con la fine del mondo, quando i corpi risorgeranno. Molto opportunamente tralasciamo dunque questo problema e cerchiamo piuttosto di dare una definizione che raccoglie un po' l'insieme della riflessione teologica e le indicazioni del magistero della Chiesa.

Il purgatorio si potrebbe definire come lo stato di coloro che sono morti nella pace di Cristo ma non sono ancora così puri da poter essere ammessi alla visione di Dio. Questo stato lo troviamo affermato con decisione dall'insegnamento della Chiesa a livello conciliare ed è chiaramente espresso almeno in un testo biblico. Tuttavia è opportuno riflettere su un fatto: il purgatorio ha una sua ragione profonda di esistere perché il purgatorio è già uno stato di salvezza, è il luogo in cui già è presente la preghiera e l'amore anche se non è presente la visione di Dio.

Il purgatorio esiste perché esiste la tendenza dell'uomo alla mediocrità e alla tiepidezza, perché l'uomo in questa vita non è capace in generale di esprimere atti di amore così perfetti tali da abilitare la sua anima ad entrare subito nella visione di Dio. Al riguardo un moderno teologo scrive: "Sarebbe bello che la libertà umana fosse capace soltanto o del positivo o del negativo in sommo grado, senza riserve e senza resistenze. Conversioni soltanto con tutte le forze e in modo radicale, oppure dei voltafaccia a Dio compiuti senza misure e senza diplomazia. Ed escludiamo pure le ribellioni compiute a metà, stiracchiate nel tempo, nemmeno decise, ma quasi notarilmente registrate nel lasciarci condurre dalla tendenza ad abbarbicarci alle cose, a legarci alle persone o a fissarci noi stessi, senza nemmeno affrontare il disagio di un no secco rivolto a Dio (...) No, il caso è diverso, è il caso di chi si è consegnato a Dio ma mantenendosi qualche angolo d'anima per sé, senza tirare tutte le conseguenze di una revisione di vita, senza impegnare tutta la volontà nel rispondere alla chiamata di grazia concedendosi ancora in parte alle propensioni cattive, un rinnovarsi ma non lasciando a Dio chieda tutto, un liberarsi dal male ma desiderandolo ancora un poco".

Noi dunque non siamo né totalmente perversi nel male ma neppure totalmente radicali nel bene, anzi, nel bene molte volte siamo spesso tiepidi. Continua il teologo: "la Fede chiama queste nostre piccole piccole vigliaccherie nel bene peccati veniali, cioé mancanza di vigore nella carità, il dare tutto tutto tranne qualche cosa, il salire sulla croce ma con una mano sola e un piede solo". In questa pagina di questo teologo noi troviamo la ragione stessa per cui esiste il purgatorio, cioé poiché la grande massa delle persone è incerta sia sulla via del male sia sulla via del bene, non è così radicata nel male da raggiungere l'impenitenza finale ma neppure è così radicale sulla via del bene da raggiungere il perfetto amore, e in questo stato loro muoiono.

Il purgatorio nei pronunciamenti della Chiesa


La Chiesa ha indicato più volte l'esistenza del purgatorio: indicheremo ora i testi più autorevoli.

Il Concilio di Firenze nel VI sec. definì in modo autorevole l'esistenza del purgatorio. Dice il testo: "Inoltre se [gli uomini] avendo fatto veramente penitenza moriranno nella carità di Dio, prima d'aver soddisfatto con frutti degni di penitenza per i peccati di commissione e di omissione, le loro anime dopo la morte sono purificate con pene purgatorie e per essere liberate da queste pene giovano a loro i suffragi dei fedeli viventi, cioé il sacrificio della messa, le preghiere e le elemosine e le altre pratiche di pietà che si usano fare secondo le istituzioni della Chiesa da parte di fedeli in favore di altri fedeli".

Il Concilio di Trento parlò in diversi decreti del purgatorio, precisando il concetto cattolico di giustificazione del peccatore. Fra i molti decreti precisò anche che "poiché la Chiesa Cattolica, istruita dallo Spirito Santo, attraverso la Sacra Scrittura e dall'antica tradizione dei padri ha insegnato nei sacri concili e recentissimamente in questo sinodo ecumenico che vi è il purgatorio e che le anime in esso trattenute sono aiutate dai suffragi dei fedeli ma principalmente dal sacrificio dell'altare degno di essere accettato, il santo sinodo ordina ai vescovi che procurino con ogni diligenza che la santa dottrina circa il purgatorio, trasmessa dai santi padri e dai sacri concili, sia creduta dai fedeli cristiani, conservata, insegnata e predicata dappertutto".

Da questi concili concludiamo che la dottrina del purgatorio è una verità di fede cattolica definita nel Concilio di Firenze e ribadita della VI sessione del Concilio di Trento. Ma non abbiamo ancora terminato questa rassegna del magistero percé recentemente il magistero si è pronunciato sul purgatorio con due testi autorevolissimi: il Concilio Vaticano II e la Professione di Fede di Papa Paolo VI.

Il Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica Lumen gentium parla del purgatorio come uno dei tre stadi ecclesiali, ossia la chiesa del cielo, la chiesa che si purifica e la chiesa della terra. Dice il documento: "alcuni dei suoi discepoli [di Cristo] sono pellegrini sulla terra, altri, compiuta questa vita, si purificano ancora, altri infine godono della gloria" (n° 49). Inoltre al n°50 è ricordata la pratica della Chiesa che risale ai primissimi tempi di pregare per i fedeli defunti e loda questa usanza perché "poiché santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati" (cf. - 2 Mac 12,43). Infine al n° 51 si richiamano i testi del Concilio di Firenze e del Concilio di Trento circa il purgatorio e la preghiera per i defunti.

Paolo VI nella sua Professione di Fede (o Credo del Popolo di Dio) dice: "noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora essere purificate nel purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù nel paradiso come Egli fece per il buon ladrone, costituiscono il popolo di Dio nell'aldilà della morte la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione quando queste anime saranno riunite ai propri corpi".


I riferimenti biblici


Questa dottrina della Chiesa, che codifica una realtà viva, cioé una fede viva nel popolo di Dio, non ha molti agganci biblici, tuttavia non ne è assolutamente priva. Il testo più famoso si trova in 2 Mac 12,43: qui si dice con chiarezza che «santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati». Quindi la preghiera per i defunti era una pratica già conosciuta 200 anni prima di Cristo e lodata dal Libro dei Maccabei.

In 1Cor 3,12-15 l'apostolo Paolo, sia pur in un testo abbastanza complesso per quanto riguarda l'esegesi, parla di una purificazione nell'aldilà come attraverso il fuoco. Inoltre non dimentichiamo la Tradizione secondo cui la chiesa cristiana coltivò fin dai primi tempi una grande pietà nei confronti della memoria per i defunti. Dunque il magistero della Chiesa non fa che codificare un atteggiamento fondamentale del popolo di Dio che non solo crede nel purgatorio ma prega per le anime dei defunti e dà una sua indiscussa radice biblica sia in Maccabei sia in San Paolo.

La natura del purgatorio


Tentiamo ora di approfondire il discorso della natura stessa del purgatorio. Dobbiamo però sgombrare il campo da tutta quella serie di ricostruzioni delle pene purgatoriali che è avvenuta nei secoli passati che concepiva il purgatorio come un luogo puramente penale, quasi una via di mezzo tra il paradiso e l'inferno. Anzi, alcuni predicatori erano arrivati al punto da identificare le pene del purgatorio con le pene dell'inferno, salvo che quelle del purgatorio sarebbero state pene temporali mentre quelle dell'inferno sarebbero state delle pene eterne. Al riguardo occorre veramente rivedere una certa predicazione popolare che si era distaccata da quello che era il genuino insegnamento della Chiesa.

Il Concilio Vaticano II parla delle anime del purgatorio come "fedeli in stato di purificazione" e di "discepoli di Cristo". Non dobbiamo dimenticare che anche la teologia classica ha parlato delle anime del purgatorio come di "Chiesa purgante". Ciò significa che il purgatorio è il luogo della salvezza e che chi è in purgatorio è già salvo. E' sbagliato dunque immaginare il purgatorio quasi una via di mezzo tra il paradiso e l'inferno peroprio perché l'inferno è il luogo dell'eterna dannazione dalla quale non vi è uscita mentre il purgatorio è il luogo dove l'anima già salva, già immersa nella misericordia di Dio e nel suo amore si prepara alla visione di Dio. Il Concilio Vaticano II ha anche aggiunto che la Chiesa che si trova sulla terra, la chiesa che si trova nel cielo e la chiesa che si trova nel purgatorio costituiscono l'unico corpo mistico di Cristo sia pure nella diversità dei suoi stati e sia pure nel diverso dono dello Spirito Santo. L'idea fondamentale è dunque quella che sia noi che siamo pellegrini sulla terra, sia i nostri fratelli che sono in cielo, sia quelli che sono in purgatorio costituiamo tutti insieme il corpo mistico di Cristo sia pure con funzioni diverse e con un grado diverso per quanto riguarda il dono dello Spirito Santo e dunque la diversa collaborazione che ognuno di noi dà all'opera della redenzione.

Noi non siamo tenuti a ritenere che in purgatorio sia presente il fuoco così come invece siamo tenuti a ritenere per quanto riguarda l'inferno. Non c'è dubbio infatti che il magistero della Chiesa per la realtà dell'inferno parla chiaramente di "pene del senso", pene che noi indichiamo con la parola "fuoco". Nel purgatorio non vi sono pene del senso e il fuoco possiamo benissimo intenderlo come il fuoco dell'amore di Dio che purifica queste anime.

Il Concilio ci ha detto che anche le anime del purgatorio fanno parte del corpo mistico di Cristo, dunque possiamo dire che anche nelle anime del purgatorio agisce lo spirito di Cristo che è lo Spirito Santo e lo spirito d'amore. Il fuoco che agisce nel purgatorio è proprio il fuoco dello Spirito Santo che penetra nelle radici più profonde delle anime abilitandole ad amare perfettamente. Il purgatorio è dunque quel luogo dove l'amore di Dio purifica le anime dall'egoismo e le porta alla perfezione dell'amore in una sorta di grande scuola dell'amore perfetto il cui maestro è lo Spirito Santo che agisce direttamente su queste anime.

Questo insegnamento ci deriva soprattutto da una grande mistica, Santa Caterina da Genova, che scrisse il Trattato sul Purgatorio, ma è anche un insegnamento che è diventato patrimonio di molti teologi di oggi. La sofferenza del purgatorio ci dervia dal fatto che le anime non possono ancora vedere Dio a faccia a faccia, ma è anche un luogo di gioia perché c'è già la certezza della beatitudine, c'è già la possibilità di comunicare con Dio con la preghiera, c'è la "comunione dei santi", ossia la possibilità delle anime del purgatorio di pregare per noi così come noi possiamo pregare per le anime del purgatorio.

Non è necessario andare in purgatorio!


Concludiamo dicendo che nessuno è obbligato a passare per il purgatorio: noi possiamo andare direttamente in paradiso se già su questa terra noi saremo capaci di purificarci dall'egoismo e sapremo costruire in noi stessi una perfetta capacità di amare. Il buon ladrone non è passato per il purgatorio perché nonostante la sua vita di peccato sulla croce seppe esprimere un atto di perfetta fede e un atto di perfetta contrizione, e noi sappiamo che la perfetta contrizione ci abilita ad entrare direttamente in cielo. Si può arrivare alla perfetta contrizione quando proviamo un sincero dispiacere per aver offeso Dio infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, è il dispiacere per non aver corrisposto al suo amore.

Questa conoscenza dell'amore infinito di Dio che noi vediamo soprattutto nella passione di Gesù in croce, questo dispiacere di aver peccato e di non aver corrisposto all'amore di Dio, e quindi questa offerta a Dio del proprio pentimento e nel medesimo tempo questa offerta a Dio del desiderio di amarlo sopra ogni cosa, questa attività interiore così sublime che avviene nel nostro cuore per opera dello Spirito Santo, se ripetuta nella nostta vita quotidiana con tanti atti di amore, opera in noi quella radicale purificazione del cuore dilatandolo ad un amore sempre più perfetto e noi già in questa vita possiamo essere nella condizione di poter entrare subito in cielo. D'altra parte non dimentichiamo che le persone che accettano la loro malattia o le loro sofferenze fisiche e spirituali per amore, che vivono la loro morte come morì Gesù in croce, cioè con un abbandono totale, ebbene, queste persone hanno dentro di sé tutte quelle condizioni per cui Dio poi le accoglierà direttamente nel suo regno senza passare per il purgatorio perché il loro cuore è già abilitato ad amare essendo già stato purificato da tutte le scorie dell'egoismo attraverso il dolore e attraverso la morte. Dio allora, nel momento del giudizio, avendo trovato questi servi buoni e fedeli, li farà entrare subito nella gioia del suo regno dando loro il lumen gloriae, cioé la capacità di vederlo, e l'amor gloriae, cioé la capacità di amarlo e goderlo in eterno.

NEGATORI DEL PURGATORIO


Oltre ad alcuni Ariani con Aezio, furono i Petrobrusiani, i Valdesi, gli Albigesi, gli Ussiti ed infine Lutero, che - seppure incoerente con se stesso - insegna varie tesi in opposizione al cattolicesimo. Calvino erige a sistema la mentalità di Lutero, definendo il Purgatorio «esiziale invenzione di Satana, ordinata a rendere vana la Croce di Cristo». Invece i più recenti tra i Protestanti tengono una posizione meno rigida.
Si sente affermare da un dotto valdese, G.B. Ottonello, che «sebbene il catechismo valdese non contempli l'esistenza del Purgatorio, non esiste però da parte nostra alcun formale divieto di ammetterne l'esistenza possibile» (cfr. Fides, n. 43, pag. 167) Il Breve catechismo evangelico dice a proposito: «E' probabile che coloro ai quali non giunse l'offerta della salvezza in questa vita terrena ricevano, dopo la morte, da Dio, l'opportunità di conoscere e accettare il dono della vita»; evidentemente non si tratta del Purgatorio, ma si stabilisce un principio suscettibile di rendere più accetto ai Protestanti il concetto di Purgatorio.
Si dice comunemente che tra i fedeli delle chiese separate d'Oriente non vi è la credenza nel Purgatorio; è meglio dire che non hanno idee troppo chiare. Secondo loro, chi muore nemico di Dio viene condannato all'Inferno, prima con pene provvisorie, definitive dopo l'estremo giudizio; le altre innumerevoli anime, non completamente perverse, vanno anch'esse all'Inferno, cioè in una specie di limbo con varie gradazioni di pene, dal quale vengono liberate non in forza di una loro soddisfazione, ma soltanto in virtù della santa Messa e delle preghiere dei fedeli. Gli Orientali non ammettono quindi il Purgatorio in senso cattolico, ma la loro liturgia lo suppone. «La chiesa ortodossa distingue due stati nell'aldilà: la beatitudine del Paradiso [...] e certe pene da cui l'anima può essere liberata grazie alla preghiere della chiesa e ad un mutamento interiore. [...] La chiesa ortodossa non conosce il Purgatorio in quanto luogo o stato particolare, non essendovi fondamenti biblici o dogmatici per ammettere l'esistenza di un terzo luogo; tuttavia non si può negare la possibilità di uno stato di purificazione» (Bulgakov, L'Orthodoxie; l'autore si pone in forte antitesi rispetto alla Chiesa cattolica).

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo:


III. La purificazione finale o purgatorio
 
1030 Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo. 
1031 La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze e di Trento. La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, parla di un fuoco purificatore:
« Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c'è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,32). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro ».
1032 Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: « Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato » (2 Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:
« Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? [...] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere ». 


Infine riporto una bella catechesi tenuta da San Giovanni Paolo II in occasione di un'udienza generale (4 agosto 1999):


Il purgatorio: 

necessaria purificazione 

per l'incontro con Dio


Lettura: 1 Gv 1, 5-9
Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.
Prima condizione: rompere con il peccato.
Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa.

1. Come abbiamo visto nelle due precedenti catechesi, in base all'opzione definitiva per Dio o contro Dio, l'uomo si trova dinanzi a una delle alternative: o vive con il Signore nella beatitudine eterna, oppure resta lontano dalla sua presenza.

Per quanti si trovano in condizione di apertura a Dio, ma in un modo imperfetto, il cammino verso la piena beatitudine richiede una purificazione, che la fede della Chiesa illustra attraverso la dottrina del "Purgatorio" (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1030-1032).

2. Nella Sacra Scrittura si possono cogliere alcuni elementi che aiutano a comprendere il senso di questa dottrina, pur non enunciata in modo formale. Essi esprimono il convincimento che non si possa accedere a Dio senza passare attraverso una qualche purificazione.

Secondo la legislazione religiosa dell'Antico Testamento, ciò che è destinato a Dio deve essere perfetto. In conseguenza, l'integrità anche fisica è particolarmente richiesta per le realtà che vengono a contatto con Dio sul piano sacrificale, come per esempio gli animali da immolare (cfr Lv 22, 22) o su quello istituzionale, come nel caso dei sacerdoti, ministri del culto (cfr Lv 21, 17-23). A questa integrità fisica deve corrispondere una dedizione totale, dei singoli e della collettività (cfr 1 Re 8 , 61), al Dio dell'alleanza nella linea dei grandi insegnamenti del Deuteronomio (cfr 6, 5). Si tratta di amare Dio con tutto il proprio essere, con purezza di cuore e con testimonianza di opere (cfr Ivi, 10, 12s).

L'esigenza d'integrità s'impone evidentemente dopo la morte, per l'ingresso nella comunione perfetta e definitiva con Dio. Chi non ha questa integrità deve passare per la purificazione. Un testo di san Paolo lo suggerisce. L'Apostolo parla del valore dell'opera di ciascuno, che sarà rivelata nel giorno del giudizio, e dice: "Se l'opera che uno ha costruito sul fondamento [che è Cristo] resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l'opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco" (1 Cor 3, 14-15).

3. Per raggiungere uno stato di perfetta integrità è necessaria talvolta l'intercessione o la mediazione di una persona. Ad esempio, Mosè ottiene il perdono del popolo con una preghiera, nella quale evoca l'opera salvifica compiuta da Dio in passato e invoca la sua fedeltà al giuramento fatto ai padri (cfr Es 32, 30 e vv. 11-13). La figura del Servo del Signore, delineata dal Libro di Isaia, si caratterizza anche per la funzione di intercedere e di espiare a favore di molti; al termine delle sue sofferenze egli "vedrà la luce" e "giustificherà molti", addossandosi le loro iniquità (cfr Is 52, 13-53,12, spec. 53, 11).

Il Salmo 51 può essere considerato, secondo la visuale dell'Antico Testamento, una sintesi del processo di reintegrazione: il peccatore confessa e riconosce la propria colpa (v. 6), chiede insistentemente di venire purificato o "lavato" (vv. 4.9.12.16) per poter proclamare la lode divina (v. 17).

4. Nel Nuovo Testamento Cristo è presentato come l'intercessore, che assume in sé le funzioni del sommo sacerdote nel giorno dell'espiazione (cfr Eb 5, 7; 7, 25). Ma in lui il sacerdozio presenta una configurazione nuova e definitiva. Egli entra una sola volta nel santuario celeste allo scopo d'intercedere al cospetto di Dio in nostro favore (cfr Eb 9, 23-26, spec. 24). Egli è Sacerdote e insieme "vittima di espiazione" per i peccati di tutto il mondo (cfr 1 Gv 2, 2).

Gesù, come il grande intercessore che espia per noi, si rivelerà pienamente alla fine della nostra vita, quando si esprimerà con l'offerta di misericordia ma anche con l'inevitabile giudizio per chi rifiuta l'amore e il perdono del Padre.

L'offerta della misericordia non esclude il dovere di presentarci puri ed integri al cospetto di Dio, ricchi di quella carità, che Paolo chiama "vincolo di perfezione" (Col 3, 14).

5. Durante la nostra vita terrena seguendo l'esortazione evangelica ad essere perfetti come il Padre celeste (cfr Mt 5,48), siamo chiamati a crescere nell'amore per trovarci saldi e irreprensibili davanti a Dio Padre, "al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi" (1 Ts 3, 12s.). D'altra parte, siamo invitati a "purificarci da ogni macchia della carne e dello spirito" (2 Cor7, 1; cfr 1 Gv 3, 3), perché l'incontro con Dio richiede una purezza assoluta.

Ogni traccia di attaccamento al male deve essere eliminata; ogni deformità dell'anima corretta. La purificazione deve essere completa, e questo è appunto ciò che è inteso dalla dottrina della Chiesa sul purgatorio. Questo termine non indica un luogo, ma una condizione di vita. Coloro che dopo la morte vivono in uno stato di purificazione sono già nell'amore di Cristo, il quale li solleva dai residui dell'imperfezione (cfr Conc. Ecum. di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1304; Conc. Ecum. di Trento, Decretum de iustificatione: DS 1580; Decretum de purgatorio: DS 1820).

Occorre precisare che lo stato di purificazione non è un prolungamento della situazione terrena, quasi fosse data dopo la morte un'ulteriore possibilità di cambiare il proprio destino. L'insegnamento della Chiesa in proposito è inequivocabile ed è stato ribadito dal Concilio Vaticano II, che così insegna: "Siccome poi non conosciamo né il giorno né l'ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena (cfr Eb 9, 27), meritiamo con Lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori, dove 'ci sarà il pianto e lo stridore dei denti' (Mt 22, 13 e 25, 30)" (Lumen gentium, 48).

6. Un ultimo aspetto importante che la tradizione della Chiesa ha sempre evidenziato, va oggi riproposto: è quello della dimensione comunitaria. Infatti coloro che si trovano nella condizione di purificazione sono legati sia ai beati che già godono pienamente la vita eterna sia a noi che camminiamo in questo mondo verso la casa del Padre (cfr CCC, 1032).

Come nella vita terrena i credenti sono uniti tra loro nell'unico Corpo mistico, così dopo la morte coloro che vivono nello stato di purificazione sperimentano la stessa solidarietà ecclesiale che opera nella preghiera, nei suffragi e nella carità degli altri fratelli nella fede. La purificazione è vissuta nel vincolo essenziale che si crea tra coloro che vivono la vita del secolo presente e quelli che già godono la beatitudine eterna.


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Il Purgatorio non è il campo di concentramento dell’al di là; dove l’uomo debba espiare delle pene che gli vengono assegnate in modo più o meno positivistico.
Il Purgatorio è quel processo necessario della trasformazione spirituale dell’uomo che lo pone in grado di essere vicino al Cristo, vicino a Dio e di unirsi all’intera “Communio Sanctorum”
L’incontro con il Signore è questa trasformazione, il fuoco che lo tramuta in quella forma priva di scorie che può diventare recipiente della grazia eterna (cfr. H.U. von Balthasar, I novissimi nella teologia contemporanea) – (J. Ratzinger)


Approfondiamo il tema dei novissimi 

con post dedicati, ecco l'elenco:


I Novissimi - Purgatorio "Per quanti si trovano in condizione di apertura a Dio, ma in un modo imperfetto, il cammino verso la piena beatitudine richiede una purificazione." 

mercoledì 18 aprile 2018

I Novissimi - Inferno "È la situazione in cui definitivamente si colloca chi respinge la misericordia del Padre anche nell’ultimo istante della sua vita."

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L'inferno



Introduzione

L'Inferno, escluso purtroppo dalla predicazione dei nostri tempi da chi si scandalizza della giustizia di Dio e della libertà dell'uomo, svigorito da fantasie teologiche per le quali sarebbe vuoto, è una verità di fede imprescindibile, negando la quale – secondo il Simbolo Atanasiano del IV secolo - si pecca contro la fede e si mette a rischio la propria salvezza (Denzinger 40). Già il Vecchio Testamento ne parla nel Libro della Sapienza, per giungere alla chiarezza tragica e radicale dei Vangeli, delle Epistole e dell'Apocalisse.

All'Inferno sono destinati coloro che, al momento della morte, sono trovati nel peccato mortale (fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, invidie, ubriachezze, orge, incredulità, omicidio, menzogna ecc., come elencano Gal 5,21 e Ap 21,8).

Le pene dell'Inferno sono eterne, come affermano innumerevoli testi neotestamentari (ad esempio Mt 13,41 eAp 14,11), e magisteriali, tra i quali il magistero infallibile che si è pronunciato nel XII Concilio ecumenico Lateranense IV, presieduto da Papa Innocenze III nel 1215, e Il Credo del Popolo di Dio redatto da Papa Paolo VI nel 1968. La dottrina dell’apocatastasi, divulgata da Origene, per la quale l'Inferno sarebbe solo temporaneo, sia per gli uomini che per i demoni, è condannata come eretica già fin dal Sinodo di Costantinopoli nel 543 (Denzinger 211).

Le pene dell'Inferno sono due: quella dei sensi e quella del danno. Nella risurrezione della carne, che avverrà anche per i dannati, i sensi che essi misero al servizio del peccato invece che dell'amore saranno tormentati per l'eternità, secondo la logica teologica del contrappasso, che Dante rappresenta con fantasia magistrale. È quanto esprime la dizione evangelica del fuoco eterno, che non è tuttavia necessariamente un fuoco materiale. La  pena del danno è la perdita eterna della visione beatifica di Dio, per il quale siamo stati creati e al di fuori del quale non vi è possibile felicità.

L’Inferno scandalizza chi non ha fede, perché sembra in contrasto con l'infinita misericordia di Dio. In realtà esso è la suprema manifestazione dell'infinitudine dell'amore di Dio, che ama talmente l'uomo da lasciarlo assolutamente libero, essendo così disposto a ratificare - pur a malincuore - il rifiuto volontario e cosciente che i malvagi Gli oppongono. Il dogma dell'Inferno rivela quindi il carattere altamente drammatico della libertà umana, ed è al contempo un «appello alla responsabilità» e un «pressante appello alla conversione» (CCC 1036).


L'INFERNO


L'esistenza dell'Inferno
, ampiamente testimoniata dalla Sacra Scrittura, è dogma di fede, già presente nella Fides Damasi e nel Simbolo Atanasiano. Fu definita nel Concilio Lateranense IV (1215), nel Concilio Lionese II (1274), da Benedetto XII nella Costituzione Benedictus Deus (1336) e nel Concilio Fiorentino (1439).
L'esistenza dell'Inferno è testimoniata nell'Antico Testamento: Is. 66, 23-24; Judit. 16, 20-21; Dan. 12, 1-2; II Mach. 7, 1-39 e nel Libro della Sapienza, 5, 14 e con maggiore insistenza e chiarezza nel Nuovo Testamento, da Gesù: Mt. 5, 27; Mc. 9, 43; Mt. 18, 8; Lc. 16, 19-31; Mt. 25, 41. E ancora II Petr. 2, 4; Jac. 3, 6; Rom. 6, 21; Apoc. 18.
La ragione stessa comprende che Dio deve proporzionare - nella Sua infinita Giustizia - il premio ai buoni ed il castigo ai cattivi. L'annichilazione del peccatore non sarebbe una pena giusta e proporzionata, perché eliminerebbe lo stesso soggetto che deve riparare l'offesa fatta a Dio.

A. LE PENE DELL'INFERNO

Le pene dell'Inferno sono quelle del danno e del senso.

La pena del danno consiste nella privazione di Dio e di ogni altro bene a Dio connesso: «Discedite a me, maledicti» (Mt., 25, 41; cfr. anche Mt. 7, 23; I Cor. 6, 9; Gal. 5, 19-22). Corrisponde al rifiuto che il peccatore ha fatto di Dio quale fine ultimo della sua vita e costituisce la massima pena: «Peccatum mortale meretur carentiam visionis divinæ, cui nulla alia poena comparari potest» (S. Tommaso, Summa th., II, q. 88 ad 2).

La pena del senso è la sofferenza che deriva da un agente esterno e che corrisponde al cattivo uso che si è fatto delle creature. Il fuoco dell'Inferno è reale e non metaforico (Origene, Gaetano Catarino, Möhler, Keel, Doms, oltre Calvino). Nel Nuovo Testamento il fuoco dell'Inferno è ricordato almeno 23 volte, sempre in senso proprio; è paragonato al fuoco di Sodoma (II Petr. 2, 6) e chiamato gehenna, o fuoco della gehenna, fuoco che bruciava i fanciulli offerti a Moloch nella valle Hinnom; la parabola della zizzania è spiegata in senso proprio (Mt. 13, 30-42) e di fuoco si parla nella sentenza finale.

Così è stato costantemente inteso dalla Tradizione e dall'insegnamento della Chiesa, che ha condannato le idee dello Schell (all'Indice, 15.XII.1898) e gli opuscoli del Mivart (S. Offizio, 14.VII.1898); una disposizione della Sacra Penitenzieria (30.IV.1899) vieta di assolvere come positivamente indisposti i derisori del fuoco reale dell'Inferno. La sentenza contraria è almeno temeraria (vedi le Note teologiche).

Come il fuoco materiale possa tormentare gli spiriti viene variamente spiegato: San Tommaso dice «per modum alligationis» (De Veritate, q. 26, ad 1; C. Gent. 4, 90; Summa Theol., III; Suppl. q. 70 ad 3); secondo il Lessio, «per virtù particolare ricevuta da Dio» (Perfectionibus moribusque divinis, 13, 30, 216) e Sant'Agostino scrive: «Quamvis miris tamen veris modis etiam spiritus incorporeos potest poena corporalis ignis affligere» (De Civitate Dei, 21, 10),
Il rimorso, che strazia e divora come un verme (Mt., 26, 24; Apoc., 9, 6) il dannato, deriva dalla conoscenza della colpa e del bene perduto. Sia la pena del danno che la pena del corpo sono proporzionate al grado delle proprie responsabilità (Rom., 2, 6: «Reddet unicuique secundum opera sua»), definito nel Concilio Ecumenico Lateranense IV (1215) e da Benedetto XII (1336): «Definiamo che, secondo l'ordine comune voluto da Dio, le anime che muoiono in peccato attuale discendono subito dopo la propria morte all'inferno, dove vengono tormentate dalle pene infernali».

B. DURATA DELLE PENE

Le pene dell'inferno, come prova la Sacra Scrittura e la Tradizione ininterrotta della Chiesa, sono eterne, senza fine. Dire il contrario, afferma Sant'Agostino, «multum absurdum est» (De Civitate Dei, 21, 32).
La ragione da sola non può dimostrare l'eternità dell'Inferno, ma ne trova il fondamento:

1. nell'efficacia della Legge Divina, che non otterrebbe il suo scopo - e il peccato trionferebbe - se la pena non fosse eterna;

2. nella necessità di un termine quanto alla possibilità di raggiungere il fine ultimo, se non si vuol rendere Dio dipendente dal capriccio dell'uomo;

3. nell'offesa fatta a Dio, che è infinita in quanto l'offeso, Dio, è infinito.

L'eternità dell'Inferno non contraddice l'amore infinito di Dio, perché l'Inferno è la scelta fatta liberamente dall'uomo, rifiutando colpevolmente l'amore infinito di Dio.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo:


IV. L'inferno
 
1033 Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,14-15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ». 
1034 Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile », che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo. Gesù annunzia con parole severe: « Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno [...] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente » (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41). 
1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, « il fuoco eterno ». La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira. 
1036 Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l'inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: « Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano! » (Mt 7,13-14).
« Siccome non conosciamo né il giorno né l'ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti ». 
1037 Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole « che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9):
« Accetta con benevolenza, o Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti ». 


Infine riporto una bella catechesi tenuta da San Giovanni Paolo II in occasione di un'udienza generale (28 luglio 1999):

L’inferno come rifiuto definitivo di Dio


Lettura: Gv 3, 17-19
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è gia stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie.

1. Dio è Padre infinitamente buono e misericordioso. Ma l’uomo, chiamato a rispondergli nella libertà, può purtroppo scegliere di respingere definitivamente il suo amore e il suo perdono, sottraendosi così per sempre alla comunione gioiosa con lui. Proprio questa tragica situazione è additata dalla dottrina cristiana quando parla di dannazione o inferno. Non si tratta di un castigo di Dio inflitto dall’esterno, ma dello sviluppo di premesse già poste dall’uomo in questa vita. La stessa dimensione di infelicità che questa oscura condizione porta con sé può essere in qualche modo intuita alla luce di alcune nostre terribili esperienze, che rendono la vita, come si suol dire, un “inferno”.
In senso teologico, tuttavia, l’inferno è altra cosa: è l’ultima conseguenza dello stesso peccato, che si ritorce contro chi lo ha commesso. È la situazione in cui definitivamente si colloca chi respinge la misericordia del Padre anche nell’ultimo istante della sua vita.

2. Per descrivere questa realtà, la Sacra Scrittura si avvale di un linguaggio simbolico, che si preciserà progressivamente. Nell’Antico Testamento, la condizione dei morti non era ancora pienamente illuminata dalla Rivelazione. Si pensava infatti per lo più che i morti fossero raccolti nello sheól, un luogo di tenebre (cfr Ez 28, 8; 31,14; Gb 10, 21s.; 38, 17; Sal 30, 10; 88, 7.13), una fossa dalla quale non si risale (cfr Gb 7, 9), un luogo in cui non è possibile dare lode a Dio (cfr Is 38, 18; Sal 6, 6).
Il Nuovo Testamento proietta nuova luce sulla condizione dei morti, soprattutto annunciando che Cristo, con la sua risurrezione, ha vinto la morte e ha esteso la sua potenza liberatrice anche nel regno dei morti.

La redenzione rimane tuttavia un'offerta di salvezza che spetta all'uomo accogliere in libertà. Per questo ciascuno verrà giudicato “secondo le sue opere(Ap 20, 13). Ricorrendo ad immagini, il Nuovo Testamento presenta il luogo destinato agli operatori di iniquità come una fornace ardente, dove è “pianto e stridore di denti” (Mt 13, 42; cfr 25, 3 0.41), oppure come la Geenna dal “fuoco inestinguibile” (Mc 9, 43). Tutto ciò è espresso narrativamente nella parabola del ricco epulone, nella quale si precisa che gli inferi sono il luogo di pena definitiva, senza possibilità di ritorno o di mitigazione del dolore (cfr Lc 16, 19-31).

Anche l’Apocalisse raffigura plasticamente in uno “stagno di fuoco” coloro che si sottraggono al libro della vita, andando così incontro alla “seconda morte” (Ap 20, 13s.). Chi dunque si ostina a non aprirsi al Vangelo si predispone a “una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza” (2 Ts 1, 9).

3. Le immagini con cui la Sacra Scrittura ci presenta l’inferno devono essere rettamente interpretate. Esse indicano la completa frustrazione e vacuità di una vita senza Dio. L’inferno sta ad indicare più che un luogo, la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia. Così riassume i dati della fede su questo tema il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Morire in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola ‘inferno’» (n. 1033).
La ‘dannazione’ non va perciò attribuita all’iniziativa di Dio, poiché nel suo amore misericordioso egli non può volere che la salvezza degli esseri da lui creati. In realtà è la creatura che si chiude al suo amore. La ‘dannazione’ consiste proprio nella definitiva lontananza da Dio liberamente scelta dall’uomo e confermata con la morte che sigilla per sempre quell’opzione. La sentenza di Dio ratifica questo stato.

4. La fede cristiana insegna che, nel rischio del ‘sì’ e del ‘no’ che contraddistingue la libertà creaturale, qualcuno ha già detto no. Si tratta delle creature spirituali che si sono ribellate all’amore di Dio e vengono chiamate demoni (cfr Concilio Lateranense IV: DS 800-801). Per noi esseri umani questa loro vicenda suona come ammonimento: è richiamo continuo ad evitare la tragedia in cui sfocia il peccato e a modellare la nostra esistenza su quella di Gesù che si è svolta nel segno del ‘sì’ a Dio.
La dannazione rimane una reale possibilità, ma non ci è dato di conoscere, senza speciale rivelazione divina, quali esseri umani vi siano effettivamente coinvolti. Il pensiero dell’inferno – tanto meno l’utilizzazione impropria delle immagini bibliche - non deve creare psicosi o angoscia, ma rappresenta un necessario e salutare monito alla libertà, all’interno dell’annuncio che Gesù Risorto ha vinto Satana, donandoci lo Spirito di Dio, che ci fa invocare “Abbà, Padre” (Rm 8, 15; Gal 4, 6).
Questa prospettiva ricca di speranza prevale nell’annuncio cristiano. Essa viene efficacemente riflessa nella tradizione liturgica della Chiesa, come testimoniano ad esempio le parole del Canone Romano: “Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia … salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti”.

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“Se esistesse una solitudine nella quale nessuna parola di un altro potesse più arrivare e avere effetto
trasformante allora sarebbe data quella vera e totale solitudine e terribilità che il teologo chiama
«inferno»” (J. Ratzinger).

“Una cosa è certa: c’è una notte nel cui abbandono non arriva alcuna voce; vi è una porta attraverso la
quale noi posiamo passare solamente in solitudine: la porta della morte. Tutte la paura del mondo è in
ultima analisi paura di questa solitudine” (J. Ratzinger).

“La morte è la solitudine per antonomasia. Ma quella solitudine nella quale l’amore non può più penetrare è l’inferno” (J. Ratzinger).

“L’amore è un dono che l’uomo riceve; è la conseguente trasformazione di ogni sua miseria, di ogni sua insufficienza; neppure il “si” a tale amore scaturisce dall’uomo stesso, ma è provocato dalla forza di questo amore. Ma la libertà di rifiutarsi alla maturazione di questo “si”, di non accettarlo come qualcosa di proprio, questa libertà rimane” (J. Ratzinger).


SUOR FAUSTINA KOWALSKA

L'Inferno

Dal Diario 20.x.1936. (II° Quaderno)
.
Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell'inferno. E un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande.

Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l'inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l'anima, ma non l'annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall'ira di Dio; la quinta pena è l'oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l'odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie.

Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. 
Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall'altro.
Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se non mi avesse sostenuta l'onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l'eternità.

Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun'anima si giustifichi dicendo che l'inferno non c'è, oppure che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia.

Io, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell'inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l'inferno c'è.

Ora non posso parlare di questo. Ho l'ordine da Dio di lasciarlo per iscritto. I demoni hanno dimostrato un grande odio contro di me, ma per ordine di Dio hanno dovuto ubbidirmi.
Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l'inferno. 
Quando ritornai in me, non riuscivo a riprendermi per lo spavento, al pensiero che delle anime là soffrono così tremendamente, per questo prego con maggior fervore per la conversione dei peccatori, ed invoco incessantemente la Misericordia di Dio per loro.

O mio Gesù, preferisco agonizzare fino alla fine del mondo nelle più grandi torture, piuttosto che offenderTi col più piccolo peccato.




Approfondiamo il tema dei novissimi 

con post dedicati, ecco l'elenco:


I Novissimi - Inferno "È la situazione in cui definitivamente si colloca chi respinge la misericordia del Padre anche nell’ultimo istante della sua vita." 

mercoledì 11 aprile 2018

I Novissimi - Morte e Giudizio "Giudizio e misericordia vengono così compresi come due dimensioni dello stesso mistero d’amore."

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Morte e Giudizio


Per sapere qual è il destino dopo la morte bisogna innanzitutto considerare correttamente come sia fatto l'uomo. Esso è composto di un corpo, molto simile al corpo di altri animali, e di un'anima, un principio spirituale sede dell'intelligenza e della volontà, che appunto anima il corpo, e senza la quale non c'è un uomo ma un cadavere che presto va in putrefazione. A differenza dagli animali, l'anima umana è spirituale ed immortale, non si identifica con il corpo, anche se entrambi sono necessari perché ci sia l'essere umano nella sua interezza.

Durante la vita su questa terra l'uomo ha la possibilità, grazie alla ragione e alla volontà, di compiere il bene od il male, ed è sempre in tempo a scegliere, fino all'ultimo istante, tra il Regno di Dio e Satana. Al momento della morte - come insegna la Costituzione Apostolica Benedictus Deus nel 1336 - l'anima abbandona il corpo e non può più decidersi pro o contro Dio, ma viene giudicata in base alle scelte fatte fino ad allora. È il momento della verità, nel quale non si può ingannare il Giudice divino ne se stessi.

Dallo stato in cui si viene trovati al momento della morte si decide la nostra sorte eterna: il Paradiso, l'eterna beatitudine di stare al cospetto del nostro Padre, Creatore e Salvatore in comunione con i fratelli, oppure l'infinita sofferenza dell'Inferno, in compagnia di Satana, dei demoni e dei dannati. Un istante dopo la morte avviene il giudizio e la sentenza: o salvati o perduti, senza possibilità di un secondo grado di giudizio. Il Purgatorio non è una via intermedia, perché - come vedremo - è già la dimensione della salvezza. L'idea della reincarnazione, con la quale si toglie la responsabilità e il valore delle scelte morali nella vita, è rigettata come falsa dall'insegnamento cristiano (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1013 ed Eb 9,27). Dovremo rendere conto davanti a Dio, davanti ai fratelli, cui abbiamo fatto del bene o del male, e davanti a noi stessi. Il nostro Giudice sarà Gesù (Gv 5,26-27), che proprio perché ha fatto esperienza della vita umana, conosce la nostra fragilità e meschinità: non lo si potrà ingannare, ma sarà un giudice benevolo, perché è il nostro Salvatore. Prima del Giudizio Universale i destini sono tre: Inferno, Purgatorio o Paradiso. Dopo il Giudizio universale, il Purgatorio sparirà.

Ma proviamo ad analizzare nello specifico i due novissimi.


LA MORTE

La morte è la separazione dell'anima dal corpo, per cui si dissolve l'unione vitale del composto umano. Solo il corpo muore, cioè si scompone nei suoi elementi: l'anima è immortale, poiché - come spirito - è semplice e indecomponibile.
La morte del corpo è dunque naturale, come la morte di qualunque altro essere materiale; però, nel presente stato di cose, la morte è anche pena del peccato originale. Dio infatti aveva arricchito del privilegio preternaturale dell'immortalità i nostri progenitori e con loro tutti i discendenti (Sap. II, 23). Con la trasgressione del comando divino (Gen. II, 17) si introdusse nel mondo la morte (Rom. 5, 12).
Eccettuati i casi di resurrezione di cui parla il Vangelo e quelli attestati dalla storia, si muore una volta sola: dopo di che avviene il giudizio irrevocabile, che fissa o destini di ognuno per l'eternità (Heb. 9, 27).

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo:
1020 Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l'ultima volta, le parole di perdono dell'assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l'ha segnato, per l'ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:
« Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. [...] Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. [...] Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno ».


IL GIUDIZIO

Il giudizio è la sentenza irrevocabile che Dio pronunzierà su ciascuno dopo la morte, onde assegnare il premio o il castigo che l'uomo si è meritato. Il giudizio è duplice: particolare ed universale.

A. IL GIUDIZIO PARTICOLARE

Il Giudizio particolare avviene per ogni anima subito dopo la morte ed in esso si fisserà per sempre il destino di ognuno, senza che vi sia più luogo a penitenza. Questa dottrina è affermata e definita nel Concilio Lionese II (1274), nella Bolla Benedictus Dominus di Benedetto XII (1336) e nel Concilio Basileense-Ferrarese-Fiorentino (1431-1439). In questi documenti si afferma che i giusti ed i malvagi saranno subito (mox) ricevuti o nel Paradiso o nell'Inferno; ciò suppone evidentemente un giudizio discernitivo. Anche la Sacra Scrittura è chiarissima in merito: «E' stabilito che gli uomini vivano una volta sola, dopo di che ci sarà il Giudizio» (Heb. 9, 27 e Lc. 16, 19-31; II Tim. 1, 23; ibid. 4, 6-8).
La Tradizione, fin dal IV sec., insegna chiaramente che un Giudizio seguirà alla morte di ognuno. Sant'Agostino distingue con precisione un primo Giudizio, quando le anime escono dai loro corpi, ed un altro quando si riuniranno ad essi (De anima et ejus origine, II. c. 4, n. 8). Sant'Ilario specifica che con il Giudizio inizia la retribuzione: «Il giorno del Giudizio è la retribuzione eterna della felicità o della pena» (Tract. super Psalmos, II, 49).
In questo Giudizio non vi sarà nessuna discussione, come avviene invece nei giudizi umani: l'anima, internamente illuminata, vedrà tutti i suoi meriti o demeriti, intuirà la sentenza del Giudice e da se stessa, come seguendo il peso del suo destino, la manderà ad effetto.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo:
I. Il giudizio particolare 
1021 La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell'incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l'immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone così come altri testi del Nuovo Testamento parlano di una sorte ultima dell'anima che può essere diversa per le une e per le altre. 
1022 Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre.
« Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore ». 

B. IL GIUDIZIO UNIVERSALE

Avverrà alla fine del mondo, dopo la generale resurrezione dei morti, quando tutti gli uomini compariranno davanti al tribunale di Cristo, per attestare che Egli è il trionfatore dei secoli. E' questa una verità di fede, contenuta nei vari Simboli: «judicare vivos et mortuos». Cristo stesso nel suo Vangelo ce ne dà un'impressionante descrizione (Mt. 15); San Paolo ne parla più volte (Rom. 14, 10; II Cor. 5, 10; II Thess. 1, 2; II Tim. 4, 1 ecc.). Sant'Agostino si dilunga molto su questa verità nel De civitate Dei (XX, c. 30).
La persona del Giudice sarà Cristo Uomo, il quale comparirà sulle nubi del cielo, accompagnato dai suoi Angeli, con grande potenza e maestà: esaminerà tutta la vita morale di ognuno, che sarà probabilmente resa nota a tutti e con una illuminazione manifesterà la sentenza finale, che aprirà per sempre ai predestinati le porte del Paradiso ed ai reprobi quelle dell'Inferno (Mt. 25, 46).


Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo:

V. Il giudizio finale 
1038 La risurrezione di tutti i morti, « dei giusti e degli ingiusti » (At 24,15), precederà il giudizio finale. Sarà « l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce [del Figlio dell'uomo] e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,28-29). Allora Cristo « verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli [...]. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. [...] E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna » (Mt 25,31-33.46). 
1039 Davanti a Cristo che è la verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio. Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena:
« Tutto il male che fanno i cattivi viene registrato a loro insaputa. Il giorno in cui Dio non tacerà (Sal 50,3) [...] egli si volgerà verso i malvagi e dirà loro: Io avevo posto sulla terra i miei poverelli, per voi. Io, loro capo, sedevo nel cielo alla destra di mio Padre, ma sulla terra le mie membra avevano fame. Se voi aveste donato alle mie membra, il vostro dono sarebbe giunto fino al capo. Quando ho posto i miei poverelli sulla terra, li ho costituiti come vostri fattorini perché portassero le vostre buone opere nel mio tesoro: voi non avete posto nulla nelle loro mani, per questo non possedete nulla presso di me ». 
1040 Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l'ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l'opera della creazione e di tutta l'Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte.
1041 Il messaggio del giudizio finale chiama alla conversione fin tanto che Dio dona agli uomini « il momento favorevole, il giorno della salvezza » (2 Cor 6,2). Ispira il santo timor di Dio. Impegna per la giustizia del regno di Dio. Annunzia la « beata speranza » (Tt 2,13) del ritorno del Signore il quale « verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto » (2 Ts 1,10).


Infine riporto una bella catechesi tenuta da San Giovanni Paolo II in occasione di un'udienza generale (7 luglio 1999):

Giudizio e misericordia


1. Si legge nel Salmo 116: “Buono e giusto è il Signore, il nostro Dio è misericordioso” (v. 5). A prima vista giudizio e misericordia sembrerebbero due realtà inconciliabili, o almeno la seconda sembra integrarsi con la prima solo se questa attutisce la propria forza inesorabile. Occorre invece capire la logica della Sacra Scrittura, che le lega assieme e anzi le presenta in modo che l’una non possa esistere senza l’altra.

Il senso della giustizia divina è colto progressivamente nell’Antico Testamento a partire dalla situazione di colui che ha agito bene e si sente ingiustamente minacciato. Egli trova allora in Dio rifugio e difesa. Questa esperienza è espressa più volte nei salmi che, ad esempio, affermano: “So che il Signore difende la causa dei miseri, il diritto dei poveri. Sì, i giusti loderanno il tuo nome, i retti abiteranno alla tua presenza” (Sal 140, 13-14).

L’intervento a favore degli oppressi, è concepito dalla Scrittura soprattutto come giustizia, ossia fedeltà di Dio alle promesse salvifiche fatte ad Israele. Una giustizia, dunque, quella di Dio, derivante dall’iniziativa gratuita e misericordiosa con cui egli si è legato al suo popolo in un’alleanza eterna. Dio è giusto perché salva, adempiendo così le sue promesse, mentre il giudizio sul peccato e sugli empi non è che il risvolto della sua misericordia. Su questa giustizia misericordiosa può sempre fare affidamento il peccatore sinceramente pentito (cfr Sal 51, 6.16).

Di fronte alla difficoltà di trovare giustizia negli uomini e nelle loro istituzioni, nella Bibbia si fa strada la prospettiva che la giustizia si realizzerà pienamente solo in futuro, attraverso l’opera di un personaggio misterioso, che progressivamente assumerà connotati “messianici” più precisi: un re o figlio di re (cfr Sal 72, 1), un germoglio che “spunterà dal tronco di Iesse” (Is 11, 1), un “germoglio giusto” discendente di Davide (Ger 23, 5).

2. La figura del Messia, adombrata in molti testi soprattutto dei libri profetici, assume, nell’ottica della salvezza, le funzioni del governo e del giudizio, per la prosperità e la crescita della comunità e dei suoi singoli componenti.

La funzione giudiziaria si eserciterà sui buoni e sui malvagi, che si presenteranno insieme in giudizio, dove il trionfo dei giusti si trasformerà in spavento e stupore per gli empi (cfr Sap 4,20-5,23; cfr anche Dn 12, 1-3). Il giudizio affidato al “Figlio dell’uomo”, nella prospettiva apocalittica del libro di Daniele, avrà come effetto il trionfo del popolo dei santi dell’Altissimo sulla rovina dei regni della terra (cfr Dn 7, spec. vv. 18 e 27).

D'altra parte, anche chi può aspettarsi un giudizio benevolo, è consapevole dei propri limiti. Emerge così la coscienza che è impossibile essere giusti senza la grazia divina, come il Salmista ricorda: “Signore . . . per la tua giustizia rispondimi. Non chiamare in giudizio il tuo servo: nessun vivente davanti a te è giusto” (Sal 143, 1-2).

3. La stessa logica di fondo si ritrova nel Nuovo Testamento, dove il giudizio divino è legato all’opera salvifica di Cristo. Gesù è il Figlio dell’uomo al quale il Padre ha trasmesso il potere di giudicare. Egli eserciterà il giudizio su quanti usciranno dai sepolcri, separando quanti sono destinati ad una risurrezione di vita da quanti sperimenteranno una risurrezione di condanna (cfr Gv 5, 26-30). Tuttavia, come sottolinea l’evangelista Giovanni, “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (3, 17). Soltanto chi avrà rifiutato la salvezza, offerta da Dio con una misericordia sconfinata, si troverà condannato, perché si sarà autocondannato.

4. San Paolo approfondisce in senso salvifico il concetto di “giustizia di Dio”, che si realizza “per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono” (Rm 3, 22). La giustizia di Dio è intimamente connessa con il dono della riconciliazione: se attraverso Cristo ci lasciamo riconciliare con il Padre, possiamo diventare anche noi, per mezzo di lui, giustizia di Dio (cfr 2 Cor 5, 18-21). Giudizio e misericordia vengono così compresi come due dimensioni dello stesso mistero d’amore: “Dio infatti ha racchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia” (Rm 11, 32). L’amore, che sta alla base dell’atteggiamento divino e deve diventare una virtù fondamentale del credente, ci spinge perciò ad avere fiducia nel giorno del giudizio, escludendo ogni timore (cfr 1 Gv 4, 18). Ad imitazione di questo giudizio divino, anche quello umano deve essere esercitato secondo una legge di libertà, nella quale deve prevalere appunto la misericordia: “Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio” (Gc 2, 12-13).

5. Dio è Padre di misericordia e di ogni consolazione. Per questo nella quinta domanda della preghiera per eccellenza, il ‘Padre nostro’, “la nostra richiesta inizia con una ‘confessione’, con la quale confessiamo ad un tempo la nostra miseria e la sua misericordia” (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2839). Svelandoci la pienezza della misericordia del Padre, Gesù ci ha anche insegnato che a questo Padre così giusto e misericordioso si ha accesso solo attraverso l’esperienza della misericordia che deve contraddistinguere i nostri rapporti con il prossimo. “Questo flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso… Nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, il nostro cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all’amore misericordioso del Padre” (CCC n. 2840).


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“La fede nel ritorno di Cristo è inoltre la certezza che, nonostante tutto, il mondo sarà salvato e ciò non per merito della razionalità programmante, ma in base all’indistruttibilità dell’Amore che ha vinto nel Cristo risorto. La fede nel ritorno di Cristo è insieme la certezza che alla fine sarà la Verità a giudicare l’Amore e vincere” (J. Ratzinger).


IL GIUDIZIO nell'Enciclica di Papa Benedetto XVI 

"Spe Salvi"


La prospettiva del giudizio – di cui parla Benedetto XVI nell’Enciclica “Spe Salvi”, n. 41 – è il criterio secondo cui i cristiani sono chiamati ad ordinare la vita presente come speranza nella giustizia di Dio.

“La fede in Cristo non ha mai guardato solo indietro, né mai solo verso l’alto, ma sempre anche in avanti verso l’ora della giustizia che il Signore aveva ripetutamente preannunciato” (Spe salvi, 41).
Iconograficamente, nel concetto di giustizia è stato sempre messo in risalto l’aspetto minaccioso e lugubre del giudizio. Ciò ha affascinato gli artisti molto di più rispetto allo splendore della speranza. In molte rappresentazioni artistiche che mettono a tema il giudizio universale prevale la minaccia del giudizio di Dio.

La fede nel giudizio finale – afferma J. Ratzinger – è innanzitutto e soprattutto speranza.
“La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (cfr Ef 2,12). Solo Dio può creare giustizia. E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa. L'immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un'immagine terrificante, ma un'immagine di speranza; per noi forse addirittura l'immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche un'immagine di spavento? Io direi: è un'immagine che chiama in causa la responsabilità. Un'immagine, quindi, di quello spavento di cui sant'Ilario dice che ogni nostra paura ha la sua collocazione nell'amore [35].

Dio è giustizia e crea giustizia. È questa la nostra consolazione e la nostra speranza. Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto. Ambedue – giustizia e grazia – devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore. La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore. Contro un tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione, per esempio, Dostoëvskij nel suo romanzo « I fratelli Karamazov ». I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato.

Vorrei a questo punto citare un testo di Platone che esprime un presentimento del giusto giudizio che in gran parte rimane vero e salutare anche per il cristiano. Pur con immagini mitologiche, che però rendono con evidenza inequivocabile la verità, egli dice che alla fine le anime staranno nude davanti al giudice. Ora non conta più ciò che esse erano una volta nella storia, ma solo ciò che sono in verità.
«Ora [il giudice] ha davanti a sé forse l'anima di un [...] re o dominatore e non vede niente di sano in essa. La trova flagellata e piena di cicatrici provenienti da spergiuro ed ingiustizia [...] e tutto è storto, pieno di menzogna e superbia, e niente è dritto, perché essa è cresciuta senza verità. Ed egli vede come l'anima, a causa di arbitrio, esuberanza, spavalderia e sconsideratezza nell'agire, è caricata di smisuratezza ed infamia. Di fronte a un tale spettacolo, egli la manda subito nel carcere, dove subirà le punizioni meritate [...] A volte, però, egli vede davanti a sé un'anima diversa, una che ha fatto una vita pia e sincera [...], se ne compiace e la manda senz'altro alle isole dei beati » [36]. 
Gesù, nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31), ha presentato a nostro ammonimento l'immagine di una tale anima devastata dalla spavalderia e dall'opulenza, che ha creato essa stessa una fossa invalicabile tra sé e il povero: la fossa della chiusura entro i piaceri materiali, la fossa della dimenticanza dell'altro, dell'incapacità di amare, che si trasforma ora in una sete ardente e ormai irrimediabile. (Spe salvi, 44).


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