sabato 9 febbraio 2013

Principali Verità della Fede Cristiana - CAPO IV: Incarnazione, Passione e Morte del Figlio di Dio. - Catechismo di Pio X

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Parte I
«CREDO » ossia PRINCIPALI VERITÀ 
DELLA FEDE CRISTIANA

Capo IV 
Incarnazione, Passione e Morte  
del Figliolo di Dio


Credo... in Gesù Cristo, 
suo unico Figliuolo, Nostro Signore, 
il quale fu concepito di Spirito Santo, 
nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, 
fu crocifisso, morto e seppellito, discese  all'inferno, 
il terzo giorno risuscitò da morte, salì al cielo, 
siede alla destra di Dio Padre onnipotente.



76. In che modo il Figliuolo di Dio si è fatto uomo?  
II Figliuolo di Dio si é fatto uomo, prendendo un corpo e un'anima, come abbiamo noi, nel seno purissimo di Maria Vergine, per opera dello Spirito Santo.  

77. Il Figliuolo di Dio, facendosi uomo, cessò di esser Dio?  
Il Figliuolo di Dio, facendosi uomo, non cessò. di esser Dio, ma, restando vero Dio, cominciò ad essere anche vero uomo.

78. In Gesù Cristo sono due nature?  
In Gesù Cristo sono due nature: la natura divina e la natura umana.
  
79. In Gesù Cristo con le due nature sono anche due persone?  
In Gesù Cristo con le due nature non sono due persone, ma una sola, quella divina del Figliuolo di Dio.
80. Gesù Cristo come fu conosciuto per Figliuolo di Dio?  
Gesù Cristo fu conosciuto per Figliuolo di Dio, perchè tale lo proclamò Dio Padre nel Battesimo e nella Trasfigurazione, dicendo: « Questo è il mio Figliuolo diletto, nel quale mi sono compiaciuto"*; e perché tale si dichiarò Gesù stesso nella sua vita terrena.  *Matt., III, 17; LUC., IX, 35

81. Gesù Cristo è stato sempre?  
Gesù Cristo come Dio è stato sempre; come uomo cominciò ad essere dal momento dell'Incarnazione.  

82. Da chi nacque Gesù Cristo?  
Gesù Cristo nacque da Maria sempre Vergine, la quale perciò si chiama ed è vera Madre di Dio.

83. San Giuseppe non fu padre di Gesù Cristo?  
San Giuseppe non fu padre vero di Gesù Cristo, ma padre puta-tivo; cioè, come sposo di Maria e custode di Lui, fu creduto suo padre senza esser tale.

84. Dove nacque Gesù Cristo?  
Gesù Cristo nacque a Betlemme, in una stalla, e fu posto in una mangiatoia.
85. Perchè Gesù Cristo volle esser povero?  
Gesù Cristo volle esser povero, per insegnarci ad essere umili e a non riporre la felicità nelle ricchezze, negli onori e nei piaceri del mondo.

86. Che fece Gesù Cristo nella sua vita terrena?  
Gesù Cristo, nella sua vita terrena, c'insegnò con l'esempio e con la parola a vivere secondo .Dio, e confermò coi miracoli la sua dottrina; finalmente, per cancellare il peccato, riconciliarci con Dio e
riaprirci il paradiso, si sacrificò sulla Croce, « unico Mediatore tra Dio e gli uomini »

87. Che cos'è miracolo?  
Miracolo è un fatto sensibile, superiore a tutte le forze e leggi della natura, e perciò tale che può venire solo da Dio, Padrone della natura.  

88. Con quali miracoli specialmente, Gesù Cristo confermò la sua dottrina e dimostrò di esser vero Dio?  
Gesù Cristo confermò la sua dottrina e dimostrò di esser vero Dio, specialmente col rendere in un attimo la. vista ai ciechi, l'udito ai sordi, la parola ai muti, la salute a ogni sorta d'infermi, la vita ai morti; con l'imperar da padrone ai demoni e alle forze della natura, e sopra tutto con la sua risurrezione dalla morte.

89. Gesù Cristo morì come Dio o come uomo? 
Gesù Cristo morì come uomo, perchè come Dio non poteva nè patire nè morire.

90. Dopo la morte, che fu di Gesù Cristo? 
Dopo la morte, Gesù Cristo discese con l'anima al Limbo, dalle anime dei giusti morti fino allora, per condurle seco in paradiso; poi risuscitò, ripigliando il suo corpo che era stato sepolto.

91. Quanto tempo restò sepolto il corpo di Gesù, Cristo? 
Il corpo di Gesù Cristo restò sepolto tre giorni non interi, dalla sera del venerdì fino all'alba del giorno che ora si dice domenica di Pasqua.

92. Che fece Gesù Cristo dopo la sua risurrezione?  
Gesù Cristo, dopo la sua risurrezione, rimase in terra quaranta giorni; poi salì al cielo, dove siede alla destra di Dio Padre onnipotente.  

93. Perchè Gesù Cristo, dopo la sua risurrezione, rimase in terra quaranta giorni? 
Gesù Cristo, dopo la sua risurrezione, rimase in terra quaranta giorni per mostrare che era veramente risuscitato, per confermare i di-scepoli nella fede in Lui e istruirli più profondamente nella sua dottrina.

94. Ora Gesù Cristo è solamente in cielo? 
Ora Gesù Cristo non è solamente in cielo, ma come Dio è in ogni luogo, e come Dio e uomo è in 
cielo e nel santissimo Sacramento dell'altare.  



mercoledì 6 febbraio 2013

Principali Verità della Fede Cristiana - CAPO III: Creazione del mondo. Origine e caduta dell'uomo. - Catechismo di Pio X

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Parte I
«CREDO » ossia PRINCIPALI VERITÀ 
DELLA FEDE CRISTIANA


CAPO III 
Creazione del mondo - Origine e caduta dell'uomo.


Credo in Dio...  
Creatore del cielo e della terra


51. Dio perchè è detto « Creatore del cielo e della terra»?
Dio è detto Creatore del cielo e della terra, ossia del mondo, perchè lo fece dal nulla, e fare dal nulla è creare.

Michelangelo - La tentazione di Adamo ed Eva
52. Il mondo è tutto opera di Dio?  
II mondo é tutto opera di Dio; e nella grandezza, bellezza e ordine suo maraviglioso, ci mostra la potenza, la sapienza e la bontà infinita di Lui.

53. Dio creò soltanto ciò che è materiale nel mondo?  
Dio non creò soltanto ciò che é materiale nel mondo, ma anche i puri spiriti; e crea l'anima di ogni uomo.

54. Chi sono i puri spiriti? 
I puri spiriti sono esseri intelligenti senza corpo.

55. Come sappiamo che esistono puri spiriti creati? 
Che esistono puri spiriti creati lo sappiamo dalla Fede.

56. Quali puri spiriti creati ci fa conoscere la Fede?
La Fede ci fa conoscere i puri spiriti buoni, ossia gli Angeli, e i cattivi, ossia i demoni.

57. Chi sono gli Angeli?
Gli Angeli sono i ministri invisibili di Dio, ed anche nostri Custodi, avendo Dio affidato ciascun uomo ad uno di essi.

58. Abbiamo dei doveri verso gli Angeli?  
Verso gli Angeli abbiamo il dovere della venerazione; e verso l'Angelo Custode abbiamo anche quello di essergli grati, di ascoltarne le ispirazioni e di non offenderne mai la presenza col peccato.

59. I demoni chi sono?  
I demoni sono angeli ribellatisi a Dio per superbia e precipitati nell'inferno, i quali, per odio contro Dio, tentano l'uomo al male.

60. Chi è l'uomo?  
L'uomo é un essere ragionevole, composto di anima e di corpo.


61. Che cos'è l'anima?  
L'anima è la parte spirituale dell'uomo, per cui egli vive, intende ed è libero, e perciò capace di conoscere, amare e servire Dio.

62. L'anima dell'uomo muore col corpo?
L'anima dell'uomo non muore col corpo, ma vive in eterno, es-sendo spirituale.

63. Qual cura dobbiamo avere dell'anima?
Dell'anima dobbiamo avere la massima cura, perchè essa è in noi la parte migliore e immortale, e solo salvando l'anima saremo eternamente felici.

64. Com'è libero l'uomo?  
L'uomo è libero, in quanto che può fare una cosa e non farla, o farne una piuttosto che un'altra, come sentiamo bene in noi stessi.

65. Se l'uomo è libero, può fare anche il male?
L'uomo può, ossia è capace di fare anche il male; ma non lo deve fare, appunto perchè è male; la libertà deve usarsi solo per il bene.

66. Chi furono i primi uomini?  
I primi uomini furono Adamo ed Eva, creati immediatamente da Dio; tutti gli altri discendono da essi, che perciò son chiamati i progenitori degli uomini.

67. L'uomo fu creato debole e misero come ora siamo noi?  
L'uomo non fu creato debole e misero come ora siamo noi, ma in uno stato felice, con destino e con doni superiori alla natura umana.

68. L'uomo, qual destino ebbe da Dio?  
L'uomo ebbe da Dio l'altissimo destino di vedere e godere eternamente Lui, Bene infinito; e perchè
questo è del tutto superiore alla capacità della natura, egli ebbe insieme, per raggiungerlo, una potenza soprannaturale che si chiama grazia.

69. Oltre la grazia, che altro aveva dato Dio all'uomo?  
Oltre la grazia, Dio aveva dato all'uomo l'esenzione dal1e debo-lezze e miserie della vita e dalla necessità di morire, purché non avesse peccato, come purtroppo fece Adamo, il capo dell'umanità, gustando del frutto proibito.

70. Che peccato fu quello di Adamo?  
II peccato di Adamo fu un peccato grave di superbia e di disubbidienza.

71. Quali danni cagionò il peccato di Adamo? 
Il peccato di Adamo spogliò lui e tutti gli uomini della grazia e d'ogni altro dono soprannaturale, rendendoli soggetti al peccato, al demonio, alla morte, all'ignoranza, alle cattive inclinazioni e ad ogni altra miseria, ed escludendoli dal paradiso.

72. Come si chiama il peccato a cui Adamo assoggettò gli uomini con la sua colpa?  
Il peccato a cui Adamo assoggettò gli uomini con la sua colpa, si chiama originale, perchè, commesso al principio dell'umanità, si trasmette con la natura agli uomini tutti nella loro origine.

73. In che consiste il peccato originale?

II peccato originale consiste nella privazione della .grazia ori-ginale, che secondo la disposizione di Dio dovremmo avere ma non abbiamo, perché il capo dell'umanità con la sua disubbidienza ne privò sè e noi tutti, suoi discendenti.

74. Come mai il peccato originale è « volontario », e quindi colpa per noi?  
I1 peccato originale è volontario e quindi colpa per noi, solo perchè volontariamente lo commise Adamo quale capo dell'umanità; e perciò Dio non punisce, ma semplicemente non premia col paradiso chi abbia solo il peccato originale.

75. L'uomo, a causa del peccato originale, doveva rimaner escluso per sempre dal paradiso?  
L'uomo, a causa del peccato originale, doveva rimaner escluso per sempre dal paradiso, se Dio, per salvarlo, non avesse promesso e mandato dal cielo il proprio Figliuolo, cioè Gesù Cristo.







Un regalo meraviglioso alla nostra generazione: “L’Evangelo come mi è stato rivelato” di Maria Valtorta

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Un regalo meraviglioso alla nostra generazione:
L’Evangelo come mi è stato rivelato” di Maria Valtorta 
Di Antonio Socci – Libero, 7 aprile 2012 

E’ un paradosso, ma i moderni “non credenti” sembrano letteralmente affascinati da Gesù di Nazaret. Ernst Renan lo definisce “uomo incomparabile, grande al punto che non mi sentirei di contraddire coloro che lo chiamano Dio”. Un altro intellettuale “anticristiano” Paul Louis Couchoud ammetteva: “Nella mente degli uomini, nel mondo ideale che esiste sotto i crani, Gesù è incommensurabile. Le sue proporzioni sono fuori di paragone, il suo ordine di grandezza è appena concepibile. La storia di Occidente, dall’impero romano in poi, si ordina intorno a un fatto centrale, a un evento generatore: la rappresentazione collettiva di Gesù e della sua morte. Il resto è uscito di là o si è adattato a ciò. Tutto ciò che si è fatto in Occidente durante tanti secoli si è fatto all’ombra gigantesca della croce”.

 E tanto gli uomini desiderano saperne di più che spesso scrittori, registi, intellettuali danno sfogo alla fantasia per ricamare storie sui Vangeli, per inventare teorie o spesso balle e magari per produrre film, telefilm o spettacoli, solitamente  di basso livello, ma che mietono grandi ascolti, perché – come dice la Chiesa – “tutta la terra desidera il Suo volto”.

I Vangeli infatti sono cronache abbastanza scarne, che contengono i fatti necessari ed essenziali, ma che molto lasciano immaginare. Infatti san Giovanni conclude il suo Vangelo proprio così: “vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”.

Ebbene, se è vero che tutti desidererebbero essere stati lì, presenti, aver visto Gesù di Nazaret, il suo volto, “il più bello tra i figli dell’uomo”, averlo ascoltato in quelle piazze, su quelle strade polverose, aver assistito ai suoi sconvolgenti miracoli, si deve sapere che esiste un’opera, unica al mondo e unica nella storia, che esaudisce esattamente questo desiderio “impossibile”. Proprio alla nostra generazione è stato fatto questo dono eccezionale. Si tratta di un’opera in dieci volumi, circa 5000 pagine, letteralmente travolgenti, dove si rivive in presa diretta, giorno per giorno, l’avventura di Gesù di Nazaret, l’uomo-Dio che ha capovolto la storia umana.

S’intitola “L’Evangelo come mi è stato rivelato” e ha la firma di Maria Valtorta. Queste pagine sono il frutto di alcuni anni di esperienze mistiche nelle quali Gesù ha letteralmente fatto rivivere alla veggente quei giorni di duemila anni fa, proprio come se fosse stata lì allora, anzi, ancora di più perché lei vede e ascolta anche cose che gli stessi apostoli, in quei giorni, non poterono vedere, conoscere e riferire (a cominciare da tutto il  lungo traviamento di Giuda, conosciuto solo da Gesù che provò in ogni modo e con un amore inaudito, per tre anni, a salvarlo).


Ma chi è Maria Valtorta? Nasce  il 14 marzo 1897. Dal 1913 i Valtorta abitano a Firenze. Lei è militante dell’Azione Cattolica e durante la prima guerra fa l’infermiera volontaria. Sempre a Firenze, nel 1920, durante una manifestazione, un rivoluzionario colpisce alla schiena la ragazza, che si trovava lì per caso, ponendo le condizioni della sua successiva immobilità. Infatti, dopo varie esperienze dolorose, dal 1° aprile 1934 fino alla morte, il 12 ottobre 1961, trascorse ventisette anni e mezzo ‘inchiodata’ al letto. Un calvario che lei visse con fede eroica. Per questo, a cinquant’anni dalla morte, sono sempre di più coloro che aspettano l’apertura del processo di beatificazione. La Valtorta era una donna di forte personalità, molto razionale e concreta, per nulla incline alle suggestioni fantastiche e che mai desiderò o cercò esperienze mistiche.

I fenomeni soprannaturali iniziarono nel 1943, proprio quando lei pensava di non farcela più e di essere vicina alla morte. La mattina del 23 aprile, era il venerdì santo, Gesù entrò nella sua vita e iniziò per lei una frequentazione soprannaturale  quotidiana fatta di locuzioni interiori, visioni e dettati che impegnò Maria – già sofferente su quel letto – in un lavoro di trascrizione immane: circa quindicimila pagine manoscritte.

L’evangelo come mi è stato rivelato

L’opera principale è appunto ‘L’evangelo come mi è stato rivelato’. Dal 1944 al 1947 – con alcune visioni successive – la Valtorta  ha rivissuto tutta la storia di Gesù, riferendo ogni episodio e descrivendo perfino gli odori e il vento. Pagine eccezionali che, in pratica, contengono tutti i quattro evangeli e riempiono i periodi mancanti, risolvendo tanti punti enigmatici o apparenti contraddizioni. Leggere queste pagine non è solo un’avventura straordinaria per la mente, perché rivela tutto quello che si vuole sapere e illumina tutta la verità, ma cambia il cuore e cambia la vita. Soprattutto conferma con i fatti tutti i dogmi e l’insegnamento della Chiesa, di san Giovanni, di san Paolo, di tutti i Concili.

Dopo aver compitato per vent’anni centinaia di volumi di biblisti, posso dire che – con la lettura dell’Opera della Valtorta – si possono buttare al macero duecento anni di chiacchiere illuministe, idealiste e moderniste sui Vangeli e sulla vita di Gesù. E questo forse è uno dei motivi per cui quest’opera eccezionale – che commosse anche Pio XII – è tuttora ignorata e “rimossa” dall’intellighentsia ufficiale, dal modernismo clericale.

Nonostante ciò, fuori dei normali  canali di distribuzione, grazie a Emilio Pisani e al Centro editoriale valtortiano, l’Opera è stata letta da un mare di persone, ogni anno da decine di migliaia di nuovi lettori, ed è tradotta in 21 lingue. Un celebre biblista, Gabriele Allegra l’ha definita  “un capolavoro della letteratura cristiana mondiale”.  E constatava “la sorprendente cultura scritturistica” dell’autrice, che però non aveva studiato teologia e aveva a sua disposizione solo una vecchia e popolare versione della Bibbia.

Emblematico anche il giudizio che nel 1952 espresse il padre gesuita Agostino Bea, un’autorità in campo esegetico, essendo Rettore del Pontificio istituto biblico di Roma (dove alcuni anni dopo gli succedette Carlo Maria Martini). Bea fu anche una importante personalità della Chiesa perché – dopo essere stato il confessore di Pio XII – divenne cardinale e fu uno dei principali protagonisti del Concilio Vaticano II. Ebbene nel 1952 scrisse di aver esaminato un estratto dell’Opera “attendendo nella lettura particolarmente alla parte esegetica, storica, archeologica e topografica”. Ecco il suo giudizio: “Quanto all’esegesi non ho trovato, nei fascicoli da me esaminati, errori di alcun rilievo. Sono poi stato molto impressionato  dal fatto che le descrizioni archeologiche e topografiche sono proposte con notevole esattezza”.
Tutto questo è umanamente inspiegabile. Nell’Opera valtortiana si trova una ricostruzione così precisa e ricca dei fatti storici, geografici e umani della vita pubblica di Gesù che è impossibile da spiegare, specie se si pensa che è uscita dalla penna di una donna che era ignara di queste materie e di teologia, che non conosceva la Terra Santa e che non disponeva di libri da consultare trovandosi malata e immobilizzata su un letto, nella Viareggio della Linea gotica, durante i mesi più feroci la guerra. Migliaia di pagine, traboccanti di notizie e riflessioni altissime, di descrizioni geografiche che solo oggi, andando sul posto, si potrebbero fare. Centinaia di toponimi e resoconti di luoghi che erano sconosciuti a tutti e che solo le recenti ricerche e gli scavi archeologici hanno riportato alla luce.

L’Opera della Valtorta è davvero inspiegabile con mezzi umani. Perfino lo stile letterario è molto alto. Ma, soprattutto, il gigante che attraversa quelle pagine e che affascina per potenza, bontà, bellezza, che entusiasma per parole e atti, è precisamente quel Gesù di Nazaret di cui parlano i Vangeli. Il mondo non aveva visto e non vedrà mai niente di paragonabile.

Maria Valtorta - Biografia e opere

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Vita


Maria Valtorta nacque il 14 marzo 1897 a Caserta, dove i genitori, che erano lombardi, si trovavano temporaneamente. Era figlia unica di un maresciallo di Cavalleria, uomo buono e remissivo, e di una insegnante di francese, donna dispotica e severa. Dopo aver rischiato di morire nel nascere, la piccina venne affidata ad una balia di cattivi costumi, che arrivava al punto di lasciarla per ore tra i solchi di grano nella campagna assolata.
I frequenti trasferimenti della famiglia, causati dagli spostamenti del Reggimento nel quale il padre prestava servizio, la portarono a trascorrere i primi anni di vita a Faenza, in Romagna, e successivamente a Milano, dove Maria andava all’asilo dalle suore Orsoline. Fu qui che, in età precoce, ebbe l’intuizione mistica che l’avrebbe segnata per sempre: quella di vedere il dolore associato in modo indissolubile con l’amore, tanto da desiderare di “consolare Gesù facendosi simile a Lui nel dolore volontariamente patito per amore”.

Pure a Milano iniziò le scuole elementari dalle suore Marcelline, divenendo la prima della classe. Nello stesso Istituto ricevette, nel 1905, il sacramento della Cresima dalle mani del cardinale Andrea Ferrari (oggi Beato), che la chiamava “Valtortino” per aver notato un’impronta di forza virile nella formazione del suo carattere. Continuò le elementari a Voghera, nelle scuole comunali, e sempre a Voghera prendeva lezioni di lingua francese da alcune Suore espulse dalla Francia per una legge anticlericale. Le stesse Suore la prepararono alla prima Comunione, che poté fare a Casteggio nell’ottobre 1908, ma senza la presenza del padre, ritenuta inutile dalla madre. Legata a suo padre da grande affetto, soffrì molto quando, all’età di 12 anni, dovette sottostare all’arbitraria decisione materna di staccarla da casa per mandarla in collegio. In compenso si trattava del bel Collegio Bianconi di Monza, tenuto dalle Suore di Maria Ss. Bambina. Lo considerò il suo “nido di pace”, che per quattro anni appagò il suo amore allo studio e alla disciplina. Al momento di uscirne, sedicenne, la predica di un Vescovo le fece capire che il Signore le chiedeva una vita di amorosa penitenza ma rimanendo nel mondo.

A casa trovò il padre menomato nel fisico e nella mente, tanto che egli andò in pensione anzitempo e la famiglia si trasferì a Firenze. Maria si trovava bene nella città della cultura e dell’arte. Spesso usciva a visitarla in compagnia del padre. Ma vi subì il dolore di vedere troncato sul nascere, dalla durezza della mamma, il promettente fidanzamento con un distinto giovane, appena conosciuto. Sempre a Firenze, nel 1917, in piena guerra mondiale, entrò nel corpo delle infermiere volontarie (le cosiddette Samaritane) che negli ospedali militari curavano i soldati feriti; e quell’esperienza la edificò. Ma nel 1920 fu colpita per strada da un sovversivo comunista, che le sferrò una mazzata alle reni predisponendola all’infermità.

Ebbe allora la fortunata opportunità di trascorrere due anni a Reggio Calabria, senza i genitori, ospite di cugini della mamma, che erano facoltosi proprietari di due alberghi. Il loro sincero affetto e la bellezza naturale del luogo la ritemprarono. Durante quella vacanza avvertì nuove spinte verso una vita radicata in Cristo. Ma la mamma, pur da lontano, la ferì ancora nei suoi sentimenti di donna, e il ritorno a Firenze, nel 1922, la risommerse nei “ricordi amari”. Nel 1924 i genitori acquistarono una casa a Viareggio, dove la famiglia andò a stabilirsi e dove ebbe inizio per Maria un’inarrestabile ascesi, che si esprimeva con propositi fermi e culminava in eroiche offerte di sé per amore a Dio e all’umanità. Nello stesso tempo ella si impegnava in parrocchia come delegata di cultura per le giovani di Azione Cattolica e teneva conferenze che erano seguite anche da non praticanti.
Ma le era sempre più difficile muoversi. Il 4 gennaio 1933 uscì di casa per l’ultima volta, con estrema fatica, e dal 1° aprile 1934, giorno di Pasqua, non si levò più dal letto fino alla morte, avvenuta a Viareggio il 12 ottobre 1961.

Il 24 maggio 1935 fu presa in casa una giovane rimasta orfana e sola, Marta Diciotti, che diventerà la sua assistente e confidente per tutto il resto della vita. Dopo un mese, il 30 giugno, moriva il padre amatissimo, e Maria fu sul punto di morirne per il dolore. La madre, che lei amò sempre per dovere naturale e con sentimento soprannaturale, come più volte attesta nei suoi scritti, morirà il 4 ottobre 1943 senza avere mai smesso di vessare la figlia.

Mistica e scrittrice


Proprio agli inizi del 1943, quando Maria, inferma da nove anni, pensava di aver consumato ogni sacrificio e di essere prossima alla fi­ne, Padre Migliorini, un religioso Servita che da alcuni mesi la dirigeva spiritualmente, le chiese di scrivere le sue memorie. Dopo un’esitazio­ne ella acconsentì, e con disinvoltura, seduta nel letto, riempì di suo pugno sette quaderni in meno di due mesi, non solo dando prova di grande talento come scrittrice, ma anche aprendo la sua anima in una confidenza senza veli.
Si era come liberata del passato, affidato a quelle 760 pagine ma­noscritte consegnate al confessore, e si predisponeva con maggiore fi­ducia alla morte, quando una voce, già nota al suo spirito, le dettò una pagina di sapienza divina, che fu il segno di una svolta impensata. Era il 23 aprile 1943, venerdì santo.
Dalla sua stanza Maria chiamò la fedele Marta, le fece capire che era avvenuto qualcosa di straordinario e la mandò a chiamare il Padre Migliorini, che non si fece attendere. Il religioso rassicurò la sua assistita sull’origine so­prannaturale del “dettato” e la invitò a scrivere quanto altro avrebbe “ricevuto”. E continuò a rifornirla di quaderni.

Ella scrisse quasi ogni giorno fino al 1947, ad intermittenze negli anni successivi fino al 1951. I quaderni diventarono 122 (oltre ai 7 dell’Autobiografia) e le pagine manoscritte circa quindicimila.
Sempre seduta nel letto, scriveva con penna stilografica sul qua­derno poggiato alle ginocchia e messo su un cartolare fatto con le sue mani. Non preparava schemi, non sapeva neppure cosa avrebbe scrit­to giorno per giorno, non rileggeva per correggere. Non aveva bisogno di concentrarsi né di consultare libri, tranne la Bibbia e il Catechismo di Pio X. Poteva essere interrotta per qualsiasi motivo, anche banale, e riprendeva senza perdere il filo. Non la fermavano le fasi acute del suo soffrire o il bisogno impellente di riposare, giacché le capitava di dover scrivere anche di notte. Partecipava con tutta se stessa al racconto che fluiva dalla sua penna di scrittrice dotata, ma se si trattava di temi teologici poteva anche non comprenderne il senso profondo. Spesso chiamava Marta, sottraendola alle faccende di casa, e le leggeva quello che aveva scritto. Non sospese neppure quando, nell’imperversare della seconda guerra mondiale, fu obbligata a sfollare a Sant’Andrea di Còmpito (frazione del comune di Capànnori in provincia di Lucca), dove si vide trapiantata con il mobilio della sua camera d’inferma, e con il carico di nuove sofferenze, dall’aprile al dicembre del 1944.

Soprattutto a Viareggio, la sua occupazione di scrittrice a tempo pieno non la estraniò dal mondo, di cui seguiva gli eventi attraverso il giornale e la radio. Neppure si sottraeva ai suoi doveri di cittadina, tanto che nelle elezioni politiche del 1948 si fece portare in ambulanza al seggio elettorale. Riceveva solo persone amiche e in seguito ebbe qualche visita di riguardo. Non trascurava la corrispondenza epistolare, che fu particolarmente fitta con una monaca di clausura, carmelitana, considerata come mamma spirituale.
Pregava e soffriva, ma procurava di non mostrarlo. Le sue orazioni erano di preferenza segrete e i suoi rapimenti estatici, rilevabili dagli scritti personali, non ebbero testimoni. Protetta da un aspetto sano, non lasciava trapelare i duri e continui patimenti, abbracciati con gioia spirituale per ansia di redimere. Gelosa del proprio nascondimento, ottenne la grazia di non avere sul corpo i segni manifesti della sua partecipazione fisica alla Passione del Cristo.
Appariva come una persona normale, quantunque inferma. Si prestava a quei lavori femminili o domestici che si possono eseguire stando a letto, come ricamare, preparare una verdura, pulire la gabbietta degli uccellini. Qualche volta ha perfino cantato: aveva una bella voce.

Le sue opere


L’opera principale, tra gli scritti di Maria Valtorta, è pubblicata in dieci volumi sotto il titolo: L’Evangelo come mi è stato rivelato.
Narra la nascita e l’infanzia della Vergine Maria e del figlio suo Gesù (scritte, in gran parte, durante lo sfollamento da Viareggio), i tre anni della vita pubblica di Gesù (che costituiscono il grosso dell’opera), la sua passione, morte, resurrezione e ascensione, i primordi della Chiesa e l’assunzione di Maria.
Letterariamente elevata, l’opera descrive paesaggi, ambienti, persone, eventi, con la vivezza di una rappresentazione; delinea caratteri e situazioni con abilità introspettiva; espone gioie e drammi con il sentimento di chi vi partecipa realmente; informa su caratteristiche ambientali, usanze, riti, culture, con particolari ineccepibili. Attraverso l’avvincente racconto della vita terrena del Redentore, ricca di discorsi e di dialoghi, illustra tutta la dottrina del cristianesimo conforme all’or­todossia cattolica.
Maria Valtorta stese quest’opera dal 1944 al 1947. Alcuni degli ulti­mi episodi sono del 1951.
Non sempre procedeva secondo l’ordine narrativo. A volte, per contin­genti esigenze spirituali, doveva scrivere uno o più episodi fuori dalla tra­ma, e in seguito Gesù stesso le indicava dove andavano inseriti. Nonostan­te la sporadica discontinuità nella stesura e nonostante l’assoluta mancanza di schemi preparatori, sia scritti che mentali, l’opera ha una struttura perfettamente organica dall’inizio alla fine.

Per giunta, Maria Valtorta la intercalava con pagine di vari argomenti, cominciate a scrivere nel 1943 (appena ultimata l’Autobiografia) e proseguite negli anni successivi fino al 1950. Esse hanno dato corpo alle ope­re minori, che sono pubblicate in cinque volumi, oltre a quello dell’Auto­biografia. Tre volumi - intitolati rispettivamente I quaderni del 1943, I quaderni del 1944 e I quaderni del 1945-1950 - raccolgono una miscel­lanea di scritti su temi ascetici, biblici, dottrinali, di cronaca autobiografi­ca, nonché descrizioni di scene evangeliche e di martirio dei primi cristia­ni. Un volume, intitolato Libro di Azaria, offre commenti ai testi (esclusi quelli del Vangelo) del messale festivo. L’ultimo volume è quello delle Le­zioni sull’Epistola di Paolo ai Romani. Altri scritti sparsi, rimasti inediti per lunghi anni, sono stati raccolti e pubblicati sotto il titolo Quadernetti. È stata anche iniziata la pubblicazione dell’epistolario con le Lettere a Mons. Carinci.

Epilogo


Finita quasi di scrivere l’opera maggiore - quella che è pubblicata in dieci volumi dal titolo "L’Evangelo come mi è stato rivelato" - Maria Val­torta fu presa dalla nostalgia del suo Signore, pensando di non doverlo più vedere. Ma Egli venne a consolarla con una promessa: «Io sempre verrò. E per te sola. E sarà ancora più dolce perché sarò tutto per te... ti porterò più su, nelle pure sfere della pura contemplazione... D’ora in poi contemplerai soltanto... ti smemorerò del mondo nel mio amore». Era il 14 marzo 1947, giorno del suo 50° compleanno.

Appena un mese dopo, il 18 aprile, in una delle sue lettere alla mamma spirituale (la claustrata carmelitana Madre Teresa Maria) ella confidava di avere offerto a Dio perfino l’intelletto.
Sta di fatto che, a partire dal 1956, Maria iniziò a dare segni di un distacco psichico, che gradualmente diventava, negli anni successivi, incomunicabilità, dolce apatia, abbandono totale, ma che non fece mai smorzare sul suo viso la vivezza dello sguardo o alterare la serenità dell’espressione, senza peraltro far trapelare i dolori che ancora dovevano tormentarla.

Fin dal 12 settembre 1944 Gesù le aveva predetto una morte estatica: «Come sarai felice quando ti accorgerai di essere nel mio mondo per sempre e d’esservi venuta, dal povero mondo, senza neppure essertene accorta, passando da una visione alla realtà, come un piccolo che sogna la mamma e che si sveglia con la mamma che lo stringe al cuore. Così Io farò con te».
Si spense la mattina di giovedì 12 ottobre 1961, come ubbidendo alla parola del sacerdote che le recitava la preghiera per gli agonizzanti: «Parti, anima cristiana, da questo mondo». Aveva 64 anni di età ed era in letto da 27 anni e mezzo.

Dodici anni dopo, il 2 luglio 1973, i resti mortali di Maria Valtorta, traslati dal Camposanto della Misericordia in Viareggio, furono tumulati a Firenze, nella cappella del Capitolo al Chiostro grande della Basilica della Ss. Annunziata.

La diffusione dell’Opera di Maria Valtorta, tradotta in molte lingue, non si è mai interrotta e produce, in ogni parte del mondo, incalcolabili frutti di bene spirituale.
La casa in cui ella visse, a Viareggio, e la sua tomba a Firenze sono visitate con discrezione dai lettori, devoti e grati, dei suoi scritti.


domenica 3 febbraio 2013

35°Giornata Nazionale per la Vita. Benedetto XVI e Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente

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“Generare la vita vince la crisi”. E’ la sfida e tema della 35.ma Giornata nazionale della vita indetta per questa domenica dalla Cei. Nell’iniziativa s’incastona anche la campagna europea “Uno di noi” lanciata dal Movimento per la Vita. Il progetto mira a raccogliere, entro novembre, un milione di firme, al fine di attivare il legislatore dell’Ue, per tutelare il bambino sin dal concepimento. Per aderire si può andare anche sul sito www.mpv.it.


Benedetto XVI, la Giornata per la Vita, i più deboli ed indifesi.

Nessuno è padrone della propria vita e tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla”. Benedetto XVI all’Angelus, nell’odierna Giornata per la Vita, ha richiamato ancora una volta il dramma della crisi economica che colpisce i più deboli e indifesi, auspicando maggiore impegno per uno “sviluppo umano integrale”.

La forza della vita, una sfida per la povertà: mi associo volentieri al messaggio scelto dai vescovi italiani per la Giornata nazionale della Vita. Nell’attuale periodo di difficoltà economica – ha infatti spiegato - diventano ancora più drammatici quei meccanismi che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi. Tale situazione, pertanto, impegna a promuovere uno sviluppo umano integrale per superare l’indigenza e il bisogno, e soprattutto ricorda che il fine dell’uomo non è il benessere, ma Dio stesso e che l’esistenza umana va difesa e favorita in ogni suo stadio. Nessuno, infatti, è padrone della propria vita, ma tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla, dal momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale”.


Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente 
per la XXXV Giornata Nazionale per la Vita
(3 febbraio 2013)
“Generare la vita vince la crisi”

«Al sopravvenire dell’attuale gravissima crisi economica, i clienti della nostra piccola azienda sono drasticamente diminuiti e quelli rimasti dilazionano sempre più i pagamenti. Ci sono giorni e notti nei quali viene da chiedersi come fare a non perdere la speranza».
In molti, nell’ascoltare la drammatica testimonianza presentata da due coniugi al Papa in occasione del VII Incontro Mondiale delle famiglie (Milano, 1-3 giugno 2012), non abbiamo faticato a riconoscervi la situazione di tante persone conosciute e a noi care, provate dall’assenza di prospettive sicure di lavoro e dal persistere di un forte senso di incertezza. «In città la gente gira a testa bassa – confidavano ancora i due –; nessuno ha più fiducia di nessuno, manca la speranza».

Non ne è forse segno la grave difficoltà nel “fare famiglia”, a causa di condizioni di precarietà che influenzano la visione della vita e i rapporti interpersonali, suscitano inquietudine e portano a rimandare le scelte definitive e, quindi, la trasmissione della vita all’interno della coppia coniugale e della famiglia? La crisi del lavoro aggrava così la crisi della natalità e accresce il preoccupante squilibrio demografico che sta toccando il nostro Paese: il progressivo invecchiamento della popolazione priva la società dell’insostituibile patrimonio che i figli rappresentano, crea difficoltà relative al mantenimento di attività lavorative e imprenditoriali importanti per il territorio e paralizza il sorgere di nuove iniziative.

A fronte di questa difficile situazione, avvertiamo che non è né giusto né sufficiente richiedere ulteriori sacrifici alle famiglie che, al contrario, necessitano di politiche di sostegno, anche nella direzione di un deciso alleggerimento fiscale.

Il momento che stiamo vivendo pone domande serie sullo stile di vita e sulla gerarchia di valori che emerge nella cultura diffusa. Abbiamo bisogno di riconfermare il valore fondamentale della vita, di riscoprire e tutelare le primarie relazioni tra le persone, in particolare quelle familiari, che hanno nella dinamica del dono il loro carattere peculiare e insostituibile per la crescita della persona e lo sviluppo della società: «Solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a se stesso» (BENEDETTO XVI, Discorso alla 61a Assemblea Generale della CEI, 27 maggio 2010).

Quest’esperienza è alla radice della vita e porta a “essere prossimo”, a vivere la gratuità, a far festa insieme, educandosi a offrire qualcosa di noi stessi, il nostro tempo, la nostra compagnia e il nostro aiuto. Non per nulla San Giovanni può affermare che «noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14).

Troviamo traccia di tale amore vivificante sia nel contesto quotidiano che nelle situazioni straordinarie di bisogno, come è accaduto anche in occasione del terremoto che ha colpito le regioni del Nord Italia.
Accanto al dispiegamento di sostegni e soccorsi, ha riscosso stupore e gratitudine la grande generosità e il cuore degli italiani che hanno saputo farsi vicini a chi soffriva. Molte persone sono state capaci di dare se stesse testimoniando, in forme diverse, «un Dio che non troneggia a distanza, ma entra nella nostra vita e nella nostra sofferenza» (BENEDETTO XVI, Discorso nel Teatro alla Scala di Milano, 1° giugno 2012).

In questa, come in tante altre circostanze, si riconferma il valore della persona e della vita umana, intangibile fin dal concepimento; il primato della persona, infatti, non è stato avvilito dalla crisi e dalla stretta economica. Al contrario, la fattiva solidarietà manifestata da tanti volontari ha mostrato una forza inimmaginabile.

Tutto questo ci sprona a promuovere una cultura della vita accogliente e solidale. Al riguardo, ci sono
rimaste nel cuore le puntuali indicazioni con cui Benedetto XVI rispondeva alla coppia provata dalla crisi economica: «Le parole sono insufficienti… Che cosa possiamo fare noi? Io penso che forse gemellaggi tra città, tra famiglie, tra parrocchie potrebbero aiutare. Che realmente una famiglia assuma la responsabilità di aiutare un’altra famiglia» (Intervento alla Festa delle testimonianze al Parco di Bresso, 2 giugno 2012).

La logica del dono è la strada sulla quale si innesta il desiderio di generare la vita, l’anelito a fare famiglia in una prospettiva feconda, capace di andare all’origine – in contrasto con tendenze fuorvianti e demagogiche – della verità dell’esistere, dell’amare e del generare. La disponibilità a generare, ancora ben presente nella nostra cultura e nei giovani, è tutt’uno con la possibilità di crescita e di sviluppo: non si esce da questa fase critica generando meno figli o peggio ancora soffocando la vita con l’aborto, bensì facendo forza sulla verità della persona umana, sulla logica della gratuità e sul dono grande e unico del trasmettere la vita, proprio in un una situazione di crisi. Donare e generare la vita significa scegliere la via di un futuro sostenibile per un’Italia che si rinnova: è questa una scelta impegnativa ma possibile, che richiede alla politica una gerarchia di interventi e la decisione chiara di investire risorse sulla persona e sulla famiglia, credendo ancora che la vita vince, anche la crisi.

Roma, 7 ottobre 2012                    
Memoria della Beata Vergine del Rosario      
(Consiglio permanente della conferenza episcopale italiana.)


BENEDIZIONE DELLA MAMMA IN ATTESA

Dio della vita, Signore dell’universo, Creatore del mondo,
nel tuo grande amore ti sei fatto uno di noi.
Hai conosciuto l’accoglienza nel grembo di Maria,
ne hai gustato il calore, la protezione, l’affetto.
Volgi ora il tuo sguardo a questa mamma
perché anche lei sia culla deliziosa
della vita che porta in sé.
Donale salute, forza, pazienza e coraggio
perché le fatiche della gravidanza
e la paura del parto
non turbino la sua serenità.
Benedici la creatura che cresce in lei,
tu già la conosci e la ami profondamente.
Fa che cresca sana e serena
fin da questi primi momenti del suo esistere.
E che la tenerezza dei corpi
diventi gesto di amore e di fiducia,
che accoglie nel cuore della vita
il dono di questa nuova creatura.
Tu che sei il Figlio
con il Padre e lo Spirito Santo,
effondi la tua benedizione su questa mamma
e su tutte le mamme e i papà del mondo.
Amen

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PREGHIERA DELLA MAMMA IN ATTESA

Dio della vita, Signore dell’universo, Creatore del mondo,
grazie per questa nuova creatura
che si nutre di me e cresce nel mio grembo.
Grazie perché mi doni di essere tua alleata nel dono della vita
che vince sulla menzogna e sulla morte.
Concedimi ora di gustare l’abbandono fiducioso a te,
di essere poi coraggiosa, accogliente e generosa,
forte nei momenti difficili e attenta al bene come vuoi tu.
Ti prego per questo/a figlio/a
che sia sereno/a, goda di buona salute
conosca l’amore e l’accoglienza,
cresca con te al suo fianco.
Donami, con l’aiuto di Maria, di saper testimoniare
fiducia e speranza a questa creatura che mi hai affidato
e che metterò nel tuo mondo.
Amen

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PREGHIERA DEI GENITORI IN ATTESA

Dio della vita, Signore dell’universo, Creatore del mondo,
grazie per questa nuova creatura
che tu ci hai donato e cresce nel grembo della nostra famiglia.
Grazie perché ci doni di essere tuoi alleati
nel dono della vita che vince sulla menzogna e sulla morte.
Concedici ora di gustare l’abbandono fiducioso a te,
di essere poi coraggiosi, accoglienti e generosi,
forti nei momenti difficili e attenti al bene come vuoi tu.
Ti preghiamo per questo/a figlio/a
che sia sereno/a, goda di buona salute
conosca l’amore e l’accoglienza,
cresca con te al suo fianco.
Donaci, con l’aiuto di Maria, di saper testimoniare fiducia
e speranza a questa creatura che ci hai affidato
e che metteremo nel tuo mondo.
Amen

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O Maria, aurora del mondo nuovo.

O Maria,
aurora del mondo nuovo,
Madre dei viventi,
affidiamo a te la causa della vita:
guarda, o Madre, al numero sconfinato
di bimbi cui viene impedito di nascere,
di poveri cui è reso difficile vivere,
di uomini e donne vittime di disumana violenza,
di anziani e malati uccisi dall'indifferenza
o da una presunta pietà.
Fa' che quanti credono nel tuo Figlio
sappiano annunciare con franchezza e amore
agli uomini del nostro tempo
il Vangelo della vita.
Ottieni loro la grazia di accoglierlo
come dono sempre nuovo,
la gioia di celebrarlo con gratitudine
in tutta la loro esistenza
e il coraggio di testimoniarlo
con tenacia operosa, per costruire,
insieme con tutti gli uomini di buona volontà,
la civiltà della verità e dell'amore.
A lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.

(Giovanni Paolo II)

Vangelo della Domenica - Lc 4,21-30 (3 Febbraio 2013)

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Vangelo - Lc 4,21-30
Gesù come Elìa ed Eliseo è mandato non per i soli Giudei.


+Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.




Letture:


Prima Lettura - Ger 1,4-5.17-19
Ti ho stabilito profeta delle nazioni.

Dal libro del profeta Geremìa

Nei giorni del re Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore:

«Prima di formarti nel grembo materno,
ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni».

Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi,
àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;
non spaventarti di fronte a loro,
altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.

Ed ecco, oggi io faccio di te
come una città fortificata,
una colonna di ferro
e un muro di bronzo
contro tutto il paese,
contro i re di Giuda e i suoi capi,
contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.
Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,
perché io sono con te per salvarti».

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Seconda Lettura 1Cor 12,31-13,13
Rimangono la fede, la speranza e la carità;ma la più grande di tutte è la carità.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.

E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.

E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.

La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.

Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!










sabato 2 febbraio 2013

Messaggio di Medjugorje a Mirjana - 2 Febbraio 2013

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Messaggio di Medjugorje a Mirjana - 2 Febbraio 2013


"Cari figli, l'amore mi conduce a voi, l'amore che desidero insegnare anche a voi: il vero amore. L'amore che mio Figlio vi ha mostrato quando è morto sulla croce per amore verso di voi. L'amore che è sempre pronto a perdonare e a chiedere perdono. Quanto è grande il vostro amore? Il mio Cuore materno è triste mentre nei vostri cuori cerca l'amore. Non siete disposti a sottomettere per amore la vostra volontà alla volontà di Dio. Non potete aiutarmi a far sì che coloro che non hanno conosciuto l'amore di Dio lo conoscano, perché voi non avete il vero amore. Consacratemi i vostri cuori ed io vi guiderò. Vi insegnerò a perdonare, ad amare il nemico ed a vivere secondo mio Figlio. Non temete per voi stessi. Mio Figlio non dimentica nelle difficoltà coloro che amano. Sarò accanto a voi. Pregherò il Padre Celeste perché la luce dell'eterna verità e dell'amore vi illumini. Pregate per i vostri pastori perché, attraverso il vostro digiuno e la vostra preghiera, possano guidarvi nell'amore. Vi ringrazio."







Per approfondimenti e commenti al messaggio vi invito come sempre a visitare il sito di Radio Maria.


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