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domenica 14 agosto 2022

Buona Domenica, leggiamo il #Vangelo: "Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione." (Luca 12,49-53) 14 Agosto 2022

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DOMENICA 14 AGOSTO 2022

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 


O Dio, nostra difesa,

guarda il volto del tuo consacrato.

Per me un giorno nel tuo tempio

è più che mille altrove. (Cf. Sal 83,10-11)



Prima Lettura

Mi hai partorito uomo di contesa per tutto il paese (Ger 15,10)

Dal libro del profeta Geremìa

Ger 38,4-6.8-10


In quei giorni, i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male». Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi».

Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango.

Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia».


Parola di Dio.

 

Salmo Responsoriale

Dal Sal 39 (40)

R. Signore, vieni presto in mio aiuto.


Ho sperato, ho sperato nel Signore,

ed egli su di me si è chinato,

ha dato ascolto al mio grido. R.

 

Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose,

dal fango della palude;

ha stabilito i miei piedi sulla roccia,

ha reso sicuri i miei passi. R.

 

Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,

una lode al nostro Dio.

Molti vedranno e avranno timore

e confideranno nel Signore. R.

 

Ma io sono povero e bisognoso:

di me ha cura il Signore.

Tu sei mio aiuto e mio liberatore:

mio Dio, non tardare. R.

 

Seconda Lettura

Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti.

Dalla lettera agli Ebrei

Eb 12,1-4


Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.

Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio.

Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.


Parola di Dio.

 

Alleluia, alleluia.


Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,

e io le conosco ed esse mi seguono. (Gv 10,27)


Alleluia.

 


Vangelo

Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione.


+Dal Vangelo secondo san Luca

Lc 12,49-53

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».


Parola del Signore.

 


Con il Signore è la misericordia,

e grande è con lui la redenzione. (Sal 129,7)

 

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra,

e quanto vorrei che fosse già acceso!», dice il Signore. (Lc 12,49)

giovedì 18 febbraio 2016

4. (Punti 19-20) La famiglia si fonda sul matrimonio di un uomo e di una donna. Dichiarazione di Papa Francesco e del Patriarca Kirill.

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Proseguiamo la lettura della Dichiarazione comune di Papa Francesco e del Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia.

4. La famiglia si fonda sul matrimonio di un uomo e di una donna.


19. La famiglia è il centro naturale della vita umana e della società. Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all’educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli.



20. La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l’amore che sigilla la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica.




Continua:

QUINTA PARTE  Rispettare il diritto inalienabile alla vita. No aborto, no eutanasia e atti di manipolazione della vita umana.




SOMMARIO Dichiarazione comune di Papa Francesco e del Patriarca Kirill

1. (Punti 1-6) «Perché tutti siano una sola cosa.» (Gv 17, 21). 

2. (Punti 7-12) Persecuzione dei cristiani e guerra in Medio Oriente.

3. (Punti 13-18) Libertà religiosa e radici cristiane dell'Europa. 

4. (Punti 19-20) La famiglia si fonda sul matrimonio di un uomo e di una donna. 

5. (Punti 21-23) Rispettare il diritto inalienabile alla vita. No aborto, no eutanasia e atti di manipolazione della vita umana.

6. (Punti 24-30) Ortodossi e cattolici sono fratelli chiamati a collaborare nell’annuncio della Buona Novella della salvezza.



mercoledì 27 gennaio 2016

Quando la famiglia è minacciata,quando un bambino diventa mezzo per soddisfare un bisogno,noi reagiremo!(GiovanniPaoloII, Washington 7 ottobre 1979)

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Per la sua attualità e per le ragioni in difesa della vita e della famiglia, rileggiamo l'omelia pronunciata da papa Giovanni Paolo II a Washington, il 7 ottobre 1979.



OMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
Washington, Capitol Mall
7 ottobre 1979



Cari fratelli e sorelle in Gesù Cristo.


1. Un giorno Gesù, dialogando col suo uditorio, si trovò ad affrontare un tentativo da parte dei farisei che mirava a fargli approvare le loro opinioni sulla natura del matrimonio. Gesù rispose riaffermando l’insegnamento della Scrittura: “All’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10,6-9).

Il Vangelo secondo Marco riporta subito dopo la descrizione di una scena a noi ben nota. Questa scena ci mostra l’indignazione di Gesù nel notare che i suoi discepoli cercavano di impedire che la gente portasse i propri bambini vicino a lui. E “disse: “Lasciate che i bambini vengano a me, e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio”... E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sul loro capo li benediceva” (Mc 10,14-16). Nel proporci queste letture, la liturgia odierna invita tutti noi a riflettere su tre temi strettamente connessi fra di loro: la natura del matrimonio, la famiglia e il valore della vita.

2. È per me una grande gioia fermarmi a riflettere con voi sulla parola di Dio che la Chiesa oggi ci propone, perché i Vescovi di tutto il mondo stanno discutendo sul matrimonio e sulla vita della famiglia in tutte le diocesi e nazioni. I Vescovi stanno facendo questo in preparazione al prossimo Sinodo mondiale dei Vescovi, che ha come tema: “Il ruolo della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo”. E sono stati proprio i vostri Vescovi a designare il prossimo anno come anno di studio, pianificazione e rinnovamento pastorale della famiglia. Per varie ragioni vi è nel mondo un rinnovato interesse per il matrimonio, la vita della famiglia e il valore della vita umana.

Questa domenica segna il principio dell’annuale “Programma per il rispetto della vita”, grazie al quale la Chiesa degli Stati Uniti intende ribadire la propria convinzione dell’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase. Rinnoviamo quindi, tutti insieme, il nostro rispetto per il valore della vita umana, memori che, attraverso Cristo, tutta la vita umana è stata redenta.

3. Non esito a proclamare dinanzi a voi e dinanzi a tutto il mondo che ogni vita umana – dal momento del suo concepimento e durante tutte le fasi seguenti – è sacra, perché la vita umana è creata ad immagine e somiglianza di Dio. Niente supera la grandezza o la dignità della persona umana. La vita umana non è soltanto un’idea o un’astrazione; la vita umana è la realtà concreta di un essere che è capace di amore e di servizio all’umanità.

Permettetemi di ripetere ciò che dissi nel corso del pellegrinaggio alla mia terra: “Se il diritto alla vita di una persona viene violato al momento in cui viene concepita nel seno materno, un colpo indiretto viene inflitto a tutto l’ordine morale, che ha per scopo i beni inviolabili dell’uomo. La Chiesa difende il diritto alla vita, non solo per rispetto alla maestà di Dio, primo Datore di questa vita, ma anche per rispetto al bene essenziale della persona umana” (Giovanni Paolo II, Allocutio, 8 giugno 1979).

4. La vita umana è preziosa perché è un dono di Dio il cui amore è infinito: e quando Dio dà la vita, la dà per sempre. La vita inoltre è preziosa perché è l’espressione e il frutto dell’amore. Questa è la ragione per cui la vita deve avere origine nel contesto del matrimonio e per cui il matrimonio e l’amore reciproco dei genitori devono essere caratterizzati dalla generosità nel prodigarsi. Il grande pericolo per la vita della famiglia in una società i cui idoli sono il piacere, le comodità e l’indipendenza, sta nel fatto che gli uomini chiudono il loro cuore e diventano egoisti. La paura di un impegno permanente può cambiare il mutuo amore fra marito e moglie in due amori di se stesso, due amori che esistono l’uno accanto all’altro, finché non finiscono nella separazione.

Nel sacramento del matrimonio, l’uomo e la donna – i quali nel Battesimo divennero membri di Cristo ed hanno il dovere di manifestare nella loro vita gli atteggiamenti di Cristo – ricevono la certezza dell’aiuto di cui hanno bisogno affinché il loro amore cresca in un’unione fedele e indissolubile e possano rispondere generosamente al dono della paternità. Come ha dichiarato il Concilio Vaticano II: “Per mezzo di questo Sacramento, Cristo stesso diviene presente nella vita dei coniugi e li accompagna, affinché possano amarsi a vicenda ed amare i loro figli, proprio come Cristo ha amato la sua Chiesa e ha dato se stesso per lei” (cf. Gaudium et Spes, 48; Ef 5,25).

5. Affinché il matrimonio cristiano favorisca il bene totale e lo sviluppo della coppia, deve essere ispirato dal Vangelo, e così aprirsi alla nuova vita, una nuova vita data e accettata generosamente. I coniugi sono anche chiamati a creare un’atmosfera familiare in cui i figli siano felici e vivano con pienezza e dignità una vita umana e cristiana.

Per poter vivere una vita familiare gioiosa si impongono sacrifici sia da parte dei genitori sia da parte dei figli. Ogni membro della famiglia deve diventare, in modo speciale, il servo degli altri, condividendo i loro pesi. È necessario che ognuno sia sollecito non solo per la propria vita, ma anche per la vita degli altri membri della famiglia: per i loro bisogni, le loro speranze, i loro ideali. Le decisioni riguardo al numero dei figli e ai sacrifici che ne derivano, non debbono essere prese solo in vista di aumentare i propri agi e mantenere un’esistenza tranquilla. Riflettendo su questo punto davanti a Dio, aiutati dalla grazia che viene dal Sacramento, e guidati dagli insegnamenti della Chiesa, i genitori ricorderanno a se stessi che è minor male negare ai propri figli certe comodità e vantaggi materiali che privarli della presenza di fratelli e sorelle che potrebbero aiutarli a sviluppare la loro umanità e realizzare la bellezza della vita in ogni sua fase e in tutta la sua varietà.

Se i genitori comprendessero pienamente le esigenze e le opportunità racchiuse in questo grande Sacramento, non mancherebbero di unirsi a Maria nell’inno di lode all’Autore della vita – a Dio –, che li ha scelti come suoi collaboratori.

6. Tutti gli esseri umani dovrebbero apprezzare l’individualità di ogni persona come creatura di Dio, chiamata ad essere fratello o sorella di Cristo in ragione dell’Incarnazione e Redenzione Universale. Per noi la sacralità della persona umana è fondata su queste premesse. Ed è su queste stesse premesse che si fonda la nostra celebrazione della vita, di ogni vita umana. Ciò spiega i nostri sforzi per difendere la vita umana contro qualsiasi influenza o azione che la possa minacciare o indebolire, come pure i nostri sforzi per rendere ogni vita più umana in tutti i suoi aspetti.

Quindi reagiremo ogni volta che la vita umana è minacciata. 

Quando il carattere sacro della vita prima della nascita viene attaccato, noi reagiremo per proclamare che nessuno ha il diritto di distruggere la vita prima della nascita.

Quando si parla di un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno emozionale, noi interverremo per insistere che ogni bambino è dono unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia unita nell’amore.

Quando l’istituzione del matrimonio è abbandonata all’egoismo umano e ridotta ad un accordo temporaneo e condizionale che si può rescindere facilmente, noi reagiremo affermando l’indissolubilità del vincolo matrimoniale. 

Quando il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed economiche, noi reagiremo riaffermando che la famiglia è necessaria non solo per il bene privato di ogni persona, ma anche per il bene comune di ogni società, nazione e stato (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio in Audientia Generali, 3 gennaio 1979).

Quando poi la libertà viene usata per dominare i deboli, per sperperare le ricchezze naturali e l’energia, e per negare agli uomini le necessità essenziali, noi reagiremo per riaffermare i principi della giustizia e dell’amore sociale. Quando i malati, gli anziani o i moribondi sono abbandonati, noi reagiremo proclamando che essi sono degni di amore, di sollecitudine e di rispetto.

Faccio mie le parole che Paolo VI indirizzò l’anno scorso ai Vescovi Americani: “Inoltre siamo convinti che ogni sforzo fatto per salvaguardare i diritti umani attualmente benefica la vita stessa. Tutto ciò che mira ad abolire le discriminazioni di diritto o di fatto basate su razza, origine, colore, cultura, sesso o religione (cf. Paolo VI, Octogesima Adveniens, 16) è un servizio alla vita. Quando vengono promossi i diritti delle minoranze, quando vengono assistiti gli handicappati nella mente o nel fisico, quando sono ascoltati coloro che vivono ai margini della società: in tutti questi casi si rafforza la dignità della vita e la sacralità della vita umana... In particolare, ogni contributo per migliorare il clima morale della società, per arginare la permissività e l’edonismo, ogni assistenza data alla famiglia, che è la sorgente della nuova vita, sostengono effettivamente il valore della vita” (Paolo VI, Allocutio ad Archiepiscopos et Episcopos VI et VII Regionis pastoralis Foederatum Civitatum Americae Septentrionalis, occasione habita eorum ipsorum visitationis “ad limina”, 26 maggio 1978).

7. Molto resta da fare per poter aiutare coloro la cui vita è minacciata e ravvivare la speranza di quelli che hanno paura della vita. Si richiede coraggio per resistere alle pressioni e ai falsi “slogans”, per proclamare la dignità suprema di ogni vita, ed esigere che la società stessa la protegga. Desidero perciò rivolgere una parola di lode a tutti i membri della Chiesa Cattolica e delle altre Chiese cristiane, a tutti gli uomini e donne dell’eredità giudeo-cristiana, come pure a tutti gli uomini di buona volontà, affinché si uniscano in uno sforzo comune per la difesa della vita nella sua pienezza e per la promozione di tutti i diritti umani.

La nostra celebrazione della vita fa parte della nostra celebrazione dell’Eucaristia. Il Nostro Signore e Salvatore, per mezzo della sua morte e risurrezione, è diventato per noi “il pane di vita” e il pegno della vita eterna. In lui troviamo il coraggio, la perseveranza e l’inventività di cui abbisogniamo per promuovere e difendere la vita nelle nostre famiglie e nel mondo intero.

Cari fratelli e sorelle: abbiamo fiducia che Maria, la Madre di Dio e la Madre della Vita, ci darà il suo aiuto affinché il nostro modo di vivere rifletta sempre la nostra ammirazione e riconoscenza per il dono dell’amore di Dio che è la vita. Sappiamo che lei ci aiuterà ad usare ogni giorno che ci è dato come un’opportunità per difendere la vita prima della nascita e per rendere più umana la vita dei nostri fratelli, ovunque essi siano.

L’intercessione della Madonna del Rosario, la cui festa celebriamo oggi, ci ottenga di poter tutti pervenire un giorno alla pienezza della vita in Cristo Gesù nostro Signore. Amen.

Cardinale Angelo Bagnasco: «Famiglia patrimonio prezioso, prevalgano i diritti dei figli»

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«Famiglia patrimonio prezioso, 
prevalgano i diritti dei figli»
Angelo Bagnasco
25 gennaio 2016



Cari Confratelli,

questa è la prima convocazione del Consiglio Permanente dopo l’esperienza forte e feconda del Convegno ecclesiale, nel quale la Chiesa italiana ha meditato con attenzione sull’uomo e sulla sua vocazione in Cristo, alla riscoperta di un umanesimo più completo, di un’antropologia che, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, sia al tempo stesso più adatta alla sensibilità e alle circostanze odierne. E ciò affinché il Vangelo sia meglio accolto nel suo nucleo che è l’incontro con Cristo – “Abbiamo incontrato il Messia” (Gv 1, 41) – e nelle sue ricadute esistenziali.

L’eredità spirituale del Convegno di Firenze

Quelli di Firenze sono stati giorni di riflessione e confronto, a partire da un umile atteggiamento di ascolto della Parola del Signore, del Magistero papale, delle esperienze individuali e dei diversi punti di vista. In una parola, è stata un’esperienza di Chiesa – preparata per mesi – attraverso la quale abbiamo toccato la ricchezza e la bellezza della comunione, resa possibile e alimentata dallo Spirito.

La sinodalità, di cui tutti i partecipanti al Convegno hanno goduto, ne rappresenta il frutto più prezioso. Ed è la via che con forza continueremo a percorrere, come Chiesa italiana, a livello di singole comunità e Chiese particolari, nelle Conferenze Regionali e in quella Nazionale: tutti siamo posti sotto l’obbedienza di Cristo e al tempo stesso siamo spinti all’ascolto vicendevole, al discernimento comunitario e all’azione comune. In tal modo, obbedienza e corresponsabilità si illuminano e si completano a vicenda.

Nelle conclusioni del Convegno, alla luce delle indicazioni del Santo Padre e del ricchissimo materiale, ho tentato di raccogliere quattro temi connessi tra loro. Li presento alla condivisione e al discernimento di questo Consiglio, nella prospettiva della seconda parte del decennio. Anzitutto la missionarietà nella sua duplice forma – “programmatica e paradigmatica” – che sempre più deve dare forma ad ogni nostra azione ecclesiale, ed è il presupposto di ogni attività educativa, in quanto annuncia Cristo, fondamento, modello e pienezza dell’umano. La Chiesa è missionaria per sua natura: tale slancio va comunque rinvigorito e ringiovanito, in modo che essa resti sempre aperta e protesa verso tutti, mossa dal desiderio di portare ovunque il Vangelo. In secondo luogo, l’attenzione alla famiglia, perché le sia conferita la centralità che le spetta sia nella Chiesa, quale soggetto attivo dell’evangelizzazione, sia nella società. Mai dobbiamo dimenticare l’identità propria della famiglia e la sua importanza per la stabilità e lo sviluppo economico del Paese, nonché l’imprescindibile ruolo che riveste per l’educazione delle nuove generazioni.
Il terzo ambito è quello della scuola, il più ampio spazio sociale che ha il compito di affiancare la famiglia per coadiuvarla, secondo le proprie prerogative, nell’educazione dei figli. Essa deve essere maggiormente sostenuta e valorizzata, in modo che sempre meglio sia luogo di autentica formazione integrale e non solo di trasmissione di nozioni o capacità tecniche. Il mondo della scuola e quello della famiglia sono chiamati sempre più a interagire con rispetto e spirito costruttivo in ordine alla formazione integrale delle giovani generazioni. La Chiesa, animata dalla sua missione, è pronta a condividere il suo consolidato patrimonio educativo.
Infine, ma non ultima per importanza, c’è la cattedra dei poveri, nei quali il Signore si rende presente in modo singolare e dai quali, servendo, a qualunque età siamo ricondotti all’essenziale, e a riconoscerci poveri noi stessi.
A Firenze ci ha richiamato all’opzione preferenziale per i poveri lo stesso Santo Padre, insieme al compito – come Chiesa italiana – di mantenere vivo il dialogo e il confronto con le diverse culture presenti sul nostro territorio. «Mi piace una Chiesa italiana inquieta – ci ha detto – sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero – ha aggiunto – una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Sentiamo ancora in noi il calore e l’intensità con cui ci ha indicato questa meta alta: tenerla come riferimento costante e normativo, ci aiuterà a verificare le scelte pastorali delle nostre Diocesi come dell’intera nostra Conferenza.

L’Anno della Misericordia

Un motivo di crescita individuale e comunitaria ci è offerto dall’Anno Santo in corso. Papa Francesco l’ha indetto sulla scorta dell’intuizione e della profonda persuasione che solo alla scuola della misericordia – comandamento e cuore stesso di Dio – il nostro mondo può ritrovare la speranza e percorrere la via della pace. Senza misericordia, ci si affida a una giustizia solo formale che non rende ragione dei bisogni più profondi dell’uomo e, al più, dà a ciascuno il suo senza tenere conto del bisogno di comprensione, di amicizia e di perdono, radicato nel cuore di ogni persona. Il Giubileo della misericordia ci insegni, quindi, a guardare le persone e le cose con occhi di bontà, sapendo che, così, le comprenderemo più a fondo, poiché la benevolenza si avvicina alla verità molto più del rancore o dell’indifferenza. Le nostre comunità divengano sempre più luoghi ospitali e accoglienti, in cui le inevitabili e salutari differenze sono occasione di crescita, e non di divisione.
Siano valorizzate in tutte le diocesi le Porte Sante. Anche questo aspetto peculiare del Giubileo è stato caratterizzato dalla sapienza pastorale del Papa. Egli ha stabilito che ogni Chiesa particolare abbia almeno una Porta Santa nella sua Chiesa Cattedrale, per rendere evidente che – direbbe Gesù alla Samaritana – Dio non lo si adora in un posto più che in un altro, poiché egli cerca adoratori in Spirito e verità. E per ricevere misericordia e donarla a propria volta, si deve servirlo nel luogo in cui ci ha posti, e amarlo nelle persone che abbiamo a fianco. Tale decentramento, che raffigura l’universalità del dono di Dio, ha caratterizzato questo tempo di grazia fin dall’apertura della prima Porta Santa, a Bangui, che Papa Francesco ha definito come la capitale spirituale del mondo. Questo gesto, tanto significativo, ci insegna che il centro sta dove abita Dio, e che egli dimora anzitutto negli ultimi. Tale consapevolezza, che l’Anno santo ci aiuta a mantenere viva, sia una fonte perenne di conversione, rinnovamento e crescita in ogni attività ecclesiale e nella missione evangelizzatrice.

Pastori e cittadini

In quanto cittadini e Pastori sentiamo il dovere di esprimere alcune meditate considerazioni sul momento storico che la nostra società sta attraversando. Ogni nostra parola, come sempre, vuole essere rispettosa dei ruoli, e ha lo scopo di contribuire alla difficile costruzione del bene comune: nasce dall’amore per il nostro Paese e dalla missione di servire anche dando voce alle preoccupazioni della gente comune, accanto alla quale abbiamo la grazia di vivere.
Continuano – con alcune alternanze - voci autorevoli circa la ripresa complessiva dell’economia: ce ne rallegriamo, ma siamo quotidianamente testimoni che, nelle nostre parrocchie e comunità, le ricadute sul piano concreto non si notano ancora. Condividiamo l’umiliazione di giovani che bussano invano alla porta del lavoro e, quindi, non riescono a farsi una famiglia; sentiamo la sofferenza – non di rado sul filo dello scoraggiamento e della resa – di adulti che, dopo aver perso l’occupazione, da anni resistono grazie a lavori occasionali o alla provvidenza dei nonni. Veramente chi non ha lavoro sente di perdere anche la propria dignità! A costoro – che sono folla – diciamo sommessamente di non arrendersi, che la Chiesa è vicina; che insieme cerchiamo strade non solo di immediato sostegno, ma anche di nuove opportunità lavorative. 
Gli sforzi che la comunità cristiana compie, e che negli ultimi anni si sono giustamente moltiplicati, sono grandi; ma siamo coscienti dei limiti e dei compiti che abbiamo, consapevoli che la prima responsabilità di creare lavoro e occupazione è altrove. Comunque, continueremo a tentare ogni via che l’amore a Cristo e alla gente ci suggerisce possibile, alla luce della misericordia e delle sue opere. Anche sul piano della solidarietà sociale, vediamo una contrazione preoccupante a diversi livelli, con indigenti di ogni tipo: bambini e anziani, donne e uomini. Purtroppo – e non è una sorpresa – aumentano anche il disagio psico-relazionale e gli stati ansiosi dovuti alla preoccupazione per il futuro dei figli, e ciò accresce le difficoltà nei rapporti familiari, nonché nella possibilità di trovare e di tenere il lavoro.
Mi si permetta ora di ricordare alcuni dati che descrivono una certa realtà che non deve diventare invisibile agli occhi di nessuno: cifre che aiutano la percezione delle cose e la direzione dell’impegno. Gli ultimi dati ISTAT confermano che oltre quattro milioni di persone nel nostro Paese vivono in condizione di povertà assoluta. L’ultimo rilevamento della nostra Caritas, risalente al 2014, dice che circa un milione e duecento mila persone sono state aiutate dai Centri di Ascolto delle comunità cristiane. I problemi maggiormente persistenti risultano essere quelli economici, di lavoro e abitativi. I sei milioni e trecento mila pasti erogati, sempre nello stesso anno, dalle 353 mense della Caritas – a cui bisogna aggiungerne almeno altrettanti, assicurati da Parrocchie, Istituti religiosi, associazioni varie – indicano chiaramente l’esistenza di un vero e proprio “disagio alimentare”. Lo stesso deve dirsi per la distribuzione dei “pacchi viveri”: risultano essere oltre sei milioni e mezzo solo quelli dati dai centri coordinati dalla Caritas. A ciò si affiancano forme nuove di intervento come, ad esempio, una cinquantina di “empori-market solidali”. Va anche segnalato – significativo indice della realtà che stiamo vivendo – un aumento della richiesta di soli interventi di ascolto, segno di una solitudine crescente e del tentativo di non affondare nelle sabbie mobili della invisibilità. Oltre a questa vasta e capillare prossimità – possibile grazie anche all’otto per mille che gli Italiani destinano alla Chiesa cattolica – è in atto da qualche anno un’ “Alleanza contro la povertà”: vi partecipano oltre trenta organismi del mondo ecclesiale, sociale, sindacale, per promuovere – fra l’altro – il “reddito di inclusione” sociale, al fine di contrastare la povertà assoluta mediante l’integrazione di sostegno al reddito individuale, nonché tramite un’adeguata politica dei servizi come il lavoro, l’istruzione, la salute...
Rileviamo queste cose soltanto per riconoscere la forza della gente, la sua persistente capacità di tenuta nonostante tutto, la possibilità di fare reti virtuose, la voglia di lottare e di tenere accesa la fiammella della fiducia. C’è un bene sommerso che non fa notizia, ma crea rapporti e segna la vicenda umana: va incoraggiato per far crescere il fronte della generosità e del servizio ai poveri e agli indigenti, perché la vita di tante persone richiede risposte concrete e tempestive.

Lo scrigno della famiglia

In questa linea sentiamo il dovere di rilanciare la voce della famiglia – tesoro inesauribile e patrimonio universale – perché sia tutelata, promossa e sostenuta da politiche veramente incisive e consistenti: sono la condizione per aiutare – come già avviene in altri Paesi – la nascita dei figli che – come ha detto Papa Francesco – “non sono un problema di biologia riproduttiva”; tra l’altro, “una società avara di generazione, che non ama circondarsi di figli, che li considera soprattutto una preoccupazione, un peso, un rischio, è una società depressa” . Per questa ragione, come abbiamo rilevato altre volte, l’indice di natalità è un segnale decisivo per valutare lo stato di un Paese, e pertanto dovrebbe essere da tutti meglio considerato.

Inoltre, sempre più vengono a galla – nel sentire della gente – l’amore e la convinzione per cui la famiglia, come prevede la nostra Costituzione, è il fondamento e il centro del tessuto sociale, il punto di riferimento, il luogo dove ricevere e dare calore, dove uscire da sé per incontrare l’altro nella bellezza della complementarietà e della responsabilità di nuove vite da generare, amare e crescere. Per questo ogni Stato assume doveri e oneri verso la famiglia fondata sul matrimonio, perché riconosce in lei non solo il proprio futuro, ma anche la propria stabilità e prosperità. Auspichiamo che nella coscienza collettiva mai venga meno l’identità propria e unica di questo istituto che, in quanto “soggetto titolare di diritti inviolabili, trova la sua legittimazione nella natura umana e non nel riconoscimento dello Stato. Essa non è, quindi, per la società e per lo Stato, bensì la società e lo Stato sono per la famiglia”.
Sul fronte vitale della famiglia si è accesa una particolare attenzione e un acceso dibattito. È bene ricordare che i Padri costituenti ci hanno consegnato un tesoro preciso, che tutti dobbiamo apprezzare e custodire come il patrimonio più caro e prezioso, coscienti che “non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione . In questo scrigno di relazioni, di generazioni e di generi, di umanesimo e di grazia, vi è una punta di diamante: i figli. Il loro vero bene deve prevalere su ogni altro, poiché sono i più deboli ed esposti: non sono mai un diritto, poiché non sono cose da produrre; hanno diritto ad ogni precedenza e rispetto, sicurezza e stabilità. Hanno bisogno di un microcosmo completo nei suoi elementi essenziali, dove respirare un preciso respiro: “I bambini hanno diritto di crescere con un papà e una mamma. La famiglia è un fatto antropologico, non ideologico”.
I Vescovi sono uniti e compatti nel condividere le difficoltà e le prove della famiglia e nel riaffermarne la bellezza, la centralità e l’unicità: insinuare contrapposizioni e divisioni significa non amare né la Chiesa né la famiglia. Costituiti messaggeri e araldi del Vangelo della famiglia e del matrimonio, non solo crediamo che la famiglia è “la Carta costituzionale della Chiesa” , ma anche sogniamo un “Paese a dimensione familiare”, dove il rispetto per tutti sia stile di vita, e i diritti di ciascuno vengano garantiti su piani diversi secondo giustizia. La giustizia, infatti, è vivere nella verità, riconoscendo le differenti situazioni per quello che sono, e sapendo che – come ha ribadito il Santo Padre - “quanti (…) vivono in uno stato oggettivo di errore, continuano ad essere oggetto dell’amore misericordioso di Cristo e perciò della Chiesa stessa” . I credenti hanno il dovere e il diritto di partecipare al bene comune con serenità di cuore e spirito costruttivo, come ha ribadito solennemente il Concilio Vaticano II: spetta ai laici “di iscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Assumano la propria responsabilità alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero”.

Interpellati da migranti e perseguitati

Nel 2015 sono continuati gli arrivi di migranti che – in fuga da guerre, disastri ambientali, miseria e persecuzioni politiche e religiose – si sono riversati specialmente sulle coste della Grecia e dell’Italia. La persistenza dei viaggi della disperazione e delle atrocità che si continuano a perpetrare contro i cristiani e le altre minoranze religiose ed etniche, non deve provocare l’assuefazione nell’opinione pubblica mondiale. Davanti alle tragedie umane, che si consumano quotidianamente nella vita di questi fratelli, nessuno può rassegnarsi a una cultura dell’indifferenza. Sembra anche che vi sia una singolare differenza di reazione emotiva e politica rispetto a morti e vittime, quasi che la loro dignità dipendesse da classi o caste diverse a seconda dei Paesi di provenienza!
L’Europa e l’Onu devono farsi carico della responsabilità di individuare e consolidare soluzioni che vadano alla radice di situazioni, che gettano un’ombra pesante sulla stessa civiltà. È necessario altresì sollecitare una nuova politica migratoria in Europa, affinché i Paesi dell’Unione non si chiudano, limitando la libera circolazione e riducendo l’impegno condiviso dell’accoglienza.
È un pericolo da scongiurare anche attraverso una politica delle migrazioni, che non si limiti a segnalare problemi e pericoli, ma li rilegga alla luce della situazione demografica, economica, culturale e sociale dell’Europa.
Invitiamo le comunità ecclesiali, il mondo dell’associazionismo e della cooperazione, a fare in modo che i molteplici segni di accoglienza in atto sollecitino la politica locale e nazionale. Ad oggi sono oltre 27mila coloro che sono ospitati nelle nostre strutture, anche in risposta all’appello del Santo Padre dello scorso 6 settembre. È comunque necessario superare soluzioni affidate solo alla generosità di singoli e di organismi, favorendo un’accoglienza diffusa, che sappia accompagnare e valorizzare la presenza di tanti fratelli e sorelle nei quali si riflette – come in ogni bisognoso – il volto stesso del Signore.

Cari Confratelli, vi ringrazio per la vostra consueta e fraterna attenzione, mentre poniamo con fiducia i nostri lavori sotto lo sguardo di Maria, Madre della Chiesa e della Misericordia.

Angelo Bagnasco
cardinale Presidente della Cei

venerdì 22 gennaio 2016

Papa Francesco: «Non confondere famiglia voluta da Dio e altri tipi di unione». Così il Santo Padre nel suo discorso al Tribunale della Rota Romana.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DELL'INAUGURAZIONE DELL'ANNO GIUDIZIARIO 
DEL TRIBUNALE DELLA ROTA ROMANA

Francesco ha approfittato dell’incontro con i giudici rotali per sottolineare con forza che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione» e mettere in guardia contro annullamenti troppo facili dei matrimoni canonici.

Sala Clementina
Venerdì, 22 gennaio 2016

Cari fratelli,

vi do il mio cordiale benvenuto, e ringrazio il Decano per le parole con cui ha introdotto il nostro incontro.

Il ministero del Tribunale Apostolico della Rota Romana è da sempre ausilio al Successore di Pietro, affinché la Chiesa, inscindibilmente connessa con la famiglia, continui a proclamare il disegno di Dio Creatore e Redentore sulla sacralità e bellezza dell’istituto familiare. Una missione sempre attuale, ma che acquista particolare rilevanza nel nostro tempo.

Accanto alla definizione della Rota Romana quale Tribunale della famiglia, vorrei porre in risalto l’altra prerogativa, che cioè essa è il Tribunale della verità del vincolo sacro. E questi due aspetti sono complementari.

La Chiesa, infatti, può mostrare l’indefettibile amore misericordioso di Dio verso le famiglie, in particolare quelle ferite dal peccato e dalle prove della vita, e insieme proclamare l’irrinunciabile verità del matrimonio secondo il disegno di Dio. Questo servizio è affidato primariamente al Papa e ai Vescovi.

Nel percorso sinodale sul tema della famiglia, che il Signore ci ha concesso di realizzare nei due anni scorsi, abbiamo potuto compiere, in spirito e stile di effettiva collegialità, un approfondito discernimento sapienziale, grazie al quale la Chiesa ha – tra l’altro – indicato al mondo che non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione.

Con questo stesso atteggiamento spirituale e pastorale, la vostra attività, sia nel giudicare sia nel contribuire alla formazione permanente, assiste e promuove l’opus veritatis. Quando la Chiesa, tramite il vostro servizio, si propone di dichiarare la verità sul matrimonio nel caso concreto, per il bene dei fedeli, al tempo stesso tiene sempre presente che quanti, per libera scelta o per infelici circostanze della vita, vivono in uno stato oggettivo di errore, continuano ad essere oggetto dell’amore misericordioso di Cristo e perciò della Chiesa stessa.

La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo, appartiene al “sogno” di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità.

Come affermò il beato Paolo VI, la Chiesa ha sempre rivolto «uno sguardo particolare, pieno di sollecitudine e di amore, alla famiglia ed ai suoi problemi. Per mezzo del matrimonio e della famiglia Iddio ha sapientemente unite due tra le maggiori realtà umane: la missione di trasmettere la vita e l’amore vicendevole e legittimo dell’uomo e della donna, per il quale essi sono chiamati a completarsi vicendevolmente in una donazione reciproca non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale. O per meglio dire: Dio ha voluto rendere partecipi gli sposi del suo amore: dell’amore personale che Egli ha per ciascuno di essi e per il quale li chiama ad aiutarsi e a donarsi vicendevolmente per raggiungere la pienezza della loro vita personale; e dell’amore che Egli porta all’umanità e a tutti i suoi figli, e per il quale desidera moltiplicare i figli degli uomini per renderli partecipi della sua vita e della sua felicità eterna».

La famiglia e la Chiesa, su piani diversi, concorrono ad accompagnare l’essere umano verso il fine della sua esistenza. E lo fanno certamente con gli insegnamenti che trasmettono, ma anche con la loro stessa natura di comunità di amore e di vita. Infatti, se la famiglia si può ben dire “chiesa domestica”, alla Chiesa si applica giustamente il titolo di famiglia di Dio. Pertanto «lo “spirito famigliare” è una carta costituzionale per la Chiesa: così il cristianesimo deve apparire, e così deve essere. È scritto a chiare lettere: “Voi che un tempo eravate lontani – dice san Paolo – […] non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,19). La Chiesa è e deve essere la famiglia di Dio».

E proprio perché è madre e maestra, la Chiesa sa che, tra i cristiani, alcuni hanno una fede forte, formata dalla carità, rafforzata dalla buona catechesi e nutrita dalla preghiera e dalla vita sacramentale, mentre altri hanno una fede debole, trascurata, non formata, poco educata, o dimenticata.

È bene ribadire con chiarezza che la qualità della fede non è condizione essenziale del consenso matrimoniale, che, secondo la dottrina di sempre, può essere minato solo a livello naturale (cfr CIC, can. 1055 § 1 e 2). Infatti, l’habitus fidei è infuso nel momento del Battesimo e continua ad avere influsso misterioso nell’anima, anche quando la fede non è stata sviluppata e psicologicamente sembra essere assente. Non è raro che i nubendi, spinti al vero matrimonio dall’instinctus naturae, nel momento della celebrazione abbiano una coscienza limitata della pienezza del progetto di Dio, e solamente dopo, nella vita di famiglia, scoprano tutto ciò che Dio Creatore e Redentore ha stabilito per loro. Le mancanze della formazione nella fede e anche l’errore circa l’unità, l’indissolubilità e la dignità sacramentale del matrimonio viziano il consenso matrimoniale soltanto se determinano la volontà (cfr CIC, can. 1099). Proprio per questo gli errori che riguardano la sacramentalità del matrimonio devono essere valutati molto attentamente.

La Chiesa, dunque, con rinnovato senso di responsabilità continua a proporre il matrimonio, nei suoi elementi essenziali – prole, bene dei coniugi, unità, indissolubilità, sacramentalità –, non come un ideale per pochi, nonostante i moderni modelli centrati sull’effimero e sul transitorio, ma come una realtà che, nella grazia di Cristo, può essere vissuta da tutti i fedeli battezzati. E perciò, a maggior ragione, l’urgenza pastorale, che coinvolge tutte le strutture della Chiesa, spinge a convergere verso un comune intento ordinato alla preparazione adeguata al matrimonio, in una sorta di nuovo catecumenato - sottolineo questo: in una sorta di nuovo catecumenato - tanto auspicato da alcuni Padri Sinodali.

Cari fratelli, il tempo che viviamo è molto impegnativo sia per le famiglie, sia per noi pastori che siamo chiamati ad accompagnarle. Con questa consapevolezza vi auguro buon lavoro per il nuovo anno che il Signore ci dona. Vi assicuro la mia preghiera e conto anch’io sulla vostra. La Madonna e san Giuseppe ottengano alla Chiesa di crescere nello spirito di famiglia e alle famiglie di sentirsi sempre più parte viva e attiva del popolo di Dio. Grazie.

domenica 23 agosto 2015

#Medjugorje: Messaggio della Regina della Pace a Ivan del 13 Agosto 2015

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Messaggio straordinario a Ivan del 13 agosto 2015




MEDJUGORJE - Durante l'apparizione quotidiana della Regina della Pace del 13 agosto, la Madonna ha dato ad Ivan il seguente messaggio per tutti i sacerdoti presenti:

"Cari figli! Anche oggi vi invito tutti alla santità. Cari figli, miei amatissimi: pregate, pregate e siate perseveranti nella preghiera. In particolare vi invito a pregare per le famiglie, per la santità nelle famiglie. Pregate per la famiglia perché soltanto con la preghiera nelle famiglie nasceranno le nuove vocazioni, i nuovi sacerdoti. La madre prega insieme a tutti voi e intercede per ognuno di voi. Grazie cari figli, perché anche oggi avete risposto alla mia chiamata! Andate in pace, cari figli miei!"

In seguito ci ha benedetto tutti con la sua benedizione materna.




Come sempre per approfondimenti e/o commenti al messaggio vi invito a visitare il sito di Radio Maria.

giovedì 25 giugno 2015

#PapaFrancesco Udienza Generale: La Famiglia 20. le Ferite (24 Giugno 2015)

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PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 24 giugno 2015


La Famiglia - 20. Ferite (I)


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!


Nelle ultime catechesi abbiamo parlato della famiglia che vive le fragilità della condizione umana, la povertà, la malattia, la morte. Oggi invece riflettiamo sulle ferite che si aprono proprio all’interno della convivenza famigliare. Quando cioè, nella famiglia stessa, ci si fa del male. La cosa più brutta!

Sappiamo bene che in nessuna storia famigliare mancano i momenti in cui l’intimità degli affetti più cari viene offesa dal comportamento dei suoi membri. Parole e azioni (e omissioni!) che, invece di esprimere amore, lo sottraggono o, peggio ancora, lo mortificano. Quando queste ferite, che sono ancora rimediabili, vengono trascurate, si aggravano: si trasformano in prepotenza, ostilità, disprezzo. E a quel punto possono diventare lacerazioni profonde, che dividono marito e moglie, e inducono a cercare altrove comprensione, sostegno e consolazione. Ma spesso questi “sostegni” non pensano al bene della famiglia!
Lo svuotamento dell’amore coniugale diffonde risentimento nelle relazioni. E spesso la disgregazione “frana” addosso ai figli.

Ecco, i figli. Vorrei soffermarmi un poco su questo punto. Nonostante la nostra sensibilità apparentemente evoluta, e tutte le nostre raffinate analisi psicologiche, mi domando se non ci siamo anestetizzati anche rispetto alle ferite dell’anima dei bambini. Quanto più si cerca di compensare con regali e merendine, tanto più si perde il senso delle ferite – più dolorose e profonde – dell’anima. Parliamo molto di disturbi comportamentali, di salute psichica, di benessere del bambino, di ansia dei genitori e dei figli... Ma sappiamo ancora che cos’è una ferita dell’anima? Sentiamo il peso della montagna che schiaccia l’anima di un bambino, nelle famiglie in cui ci si tratta male e ci si fa del male, fino a spezzare il legame della fedeltà coniugale? Quale peso ha nelle nostre scelte – scelte sbagliate, per esempio – quanto peso ha l’anima dei bambini? Quando gli adulti perdono la testa, quando ognuno pensa solo a sé stesso, quando papà e mamma si fanno del male, l’anima dei bambini soffre molto, prova un senso di disperazione. E sono ferite che lasciano il segno per tutta la vita.

Nella famiglia, tutto è legato assieme: quando la sua anima è ferita in qualche punto, l’infezione contagia tutti. E quando un uomo e una donna, che si sono impegnati ad essere “una sola carne” e a formare una famiglia, pensano ossessivamente alle proprie esigenze di libertà e di gratificazione, questa distorsione intacca profondamente il cuore e la vita dei figli. Tante volte i bambini si nascondono per piangere da soli …. Dobbiamo capire bene questo. Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo - (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

E’ vero, d’altra parte, che ci sono casi in cui la separazione è inevitabile. A volte può diventare persino moralmente necessaria, quando appunto si tratta di sottrarre il coniuge più debole, o i figli piccoli, alle ferite più gravi causate dalla prepotenza e dalla violenza, dall’avvilimento e dallo sfruttamento, dall’estraneità e dall’indifferenza.

Non mancano, grazie a Dio, coloro che, sostenuti dalla fede e dall’amore per i figli, testimoniano la loro fedeltà ad un legame nel quale hanno creduto, per quanto appaia impossibile farlo rivivere. Non tutti i separati, però, sentono questa vocazione. Non tutti riconoscono, nella solitudine, un appello del Signore rivolto a loro. Attorno a noi troviamo diverse famiglie in situazioni cosiddette irregolari - a me non piace questa parola - e ci poniamo molti interrogativi. Come aiutarle? Come accompagnarle? Come accompagnarle perché i bambini non diventino ostaggi del papà o della mamma?


Chiediamo al Signore una fede grande, per guardare la realtà con lo sguardo di Dio; e una grande carità, per accostare le persone con il suo cuore misericordioso.

giovedì 18 giugno 2015

#PapaFrancesco Udienza Generale: La Famiglia 19.il Lutto (17 Giugno 2015)

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PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 17 giugno 2015


Gesù ridà vita al figlio di una vedova (Lc 7,11-15)
In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.

La Famiglia - 19. Lutto


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel percorso di catechesi sulla famiglia, oggi prendiamo direttamente ispirazione dall’episodio narrato dall’evangelista Luca, che abbiamo appena ascoltato (cfr Lc 7,11-15). E’ una scena molto commovente, che ci mostra la compassione di Gesù per chi soffre – in questo caso una vedova che ha perso l’unico figlio – e ci mostra anche la potenza di Gesù sulla morte.

La morte è un’esperienza che riguarda tutte le famiglie, senza eccezione alcuna. Fa parte della vita; eppure, quando tocca gli affetti familiari, la morte non riesce mai ad apparirci naturale. Per i genitori, sopravvivere ai propri figli è qualcosa di particolarmente straziante, che contraddice la natura elementare dei rapporti che danno senso alla famiglia stessa. La perdita di un figlio o di una figlia è come se fermasse il tempo: si apre una voragine che inghiotte il passato e anche il futuro.

La morte, che porta via il figlio piccolo o giovane, è uno schiaffo alle promesse, ai doni e sacrifici d’amore gioiosamente consegnati alla vita che abbiamo fatto nascere. Tante volte vengono a Messa a Santa Marta genitori con la foto di un figlio, di una figlia, bambino, ragazzo, ragazza, e mi dicono: “Se ne è andato, se ne è andata”. E lo sguardo è tanto addolorato. La morte tocca e quando è un figlio tocca profondamente. Tutta la famiglia rimane come paralizzata, ammutolita. E qualcosa di simile patisce anche il bambino che rimane solo, per la perdita di un genitore, o di entrambi. Quella domanda: “Ma dov’è il papà? Dov’è la mamma?” – Ma è in cielo” – “Ma perché non lo vedo?”. Questa domanda copre un’angoscia nel cuore del bambino che rimane solo. Il vuoto dell’abbandono che si apre dentro di lui è tanto più angosciante per il fatto che non ha neppure l’esperienza sufficiente per “dare un nome” a quello che è accaduto. “Quando torna il papà? Quando torna la mamma?”. Cosa rispondere quando il bambino soffre? Così è la morte in famiglia.
In questi casi la morte è come un buco nero che si apre nella vita delle famiglie e a cui non sappiamo dare alcuna spiegazione. E a volte si giunge persino a dare la colpa a Dio. Ma quanta gente - io li capisco - si arrabbia con Dio, bestemmia: “Perché mi hai tolto il figlio, la figlia? Ma Dio non c’è, Dio non esiste! Perché ha fatto questo?”. Tante volte abbiamo sentito questo. Ma questa rabbia è un po’ quello che viene dal cuore del dolore grande; la perdita di un figlio o di una figlia, del papà o della mamma, è un grande dolore. Questo accade continuamente nelle famiglie. In questi casi, ho detto, la morte è quasi come un buco. Ma la morte fisica ha dei “complici” che sono anche peggiori di lei, e che si chiamano odio, invidia, superbia, avarizia; insomma, il peccato del mondo che lavora per la morte e la rende ancora più dolorosa e ingiusta. Gli affetti familiari appaiono come le vittime predestinate e inermi di queste potenze ausiliarie della morte, che accompagnano la storia dell’uomo. Pensiamo all’assurda “normalità” con la quale, in certi momenti e in certi luoghi, gli eventi che aggiungono orrore alla morte sono provocati dall’odio e dall’indifferenza di altri esseri umani. Il Signore ci liberi dall’abituarci a questo!

Nel popolo di Dio, con la grazia della sua compassione donata in Gesù, tante famiglie dimostrano con i fatti che la morte non ha l’ultima parola: questo è un vero atto di fede. Tutte le volte che la famiglia nel lutto – anche terribile – trova la forza di custodire la fede e l’amore che ci uniscono a coloro che amiamo, essa impedisce già ora, alla morte, di prendersi tutto. Il buio della morte va affrontato con un più intenso lavoro di amore. “Dio mio, rischiara le mie tenebre!”, è l’invocazione della liturgia della sera. Nella luce della Risurrezione del Signore, che non abbandona nessuno di coloro che il Padre gli ha affidato, noi possiamo togliere alla morte il suo “pungiglione”, come diceva l’apostolo Paolo (1 Cor 15,55); possiamo impedirle di avvelenarci la vita, di rendere vani i nostri affetti, di farci cadere nel vuoto più buio.

In questa fede, possiamo consolarci l’un l’altro, sapendo che il Signore ha vinto la morte una volta per tutte. I nostri cari non sono scomparsi nel buio del nulla: la speranza ci assicura che essi sono nelle mani buone e forti di Dio. L’amore è più forte della morte. Per questo la strada è far crescere l’amore, renderlo più solido, e l’amore ci custodirà fino al giorno in cui ogni lacrima sarà asciugata, quando «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (Ap 21,4). Se ci lasciamo sostenere da questa fede, l’esperienza del lutto può generare una più forte solidarietà dei legami famigliari, una nuova apertura al dolore delle altre famiglie, una nuova fraternità con le famiglie che nascono e rinascono nella speranza. Nascere e rinascere nella speranza, questo ci dà la fede. Ma io vorrei sottolineare l’ultima frase del Vangelo che oggi abbiamo sentito (cfr Lc 7,11-15). Dopo che Gesù riporta alla vita questo giovane, figlio della mamma che era vedova, dice il Vangelo: “Gesù lo restituì a sua madre”. E questa è la nostra speranza! Tutti i nostri cari che se ne sono andati, il Signore ce li restituirà e noi ci incontreremo insieme a loro. Questa speranza non delude! Ricordiamo bene questo gesto di Gesù: “E Gesù lo restituì a sua madre”, così farà il Signore con tutti i nostri cari nella famiglia!

Questa fede ci protegge dalla visione nichilista della morte, come pure dalle false consolazioni del mondo, così che la verità cristiana «non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere», cedendo ai riti della superstizione, antica o moderna» (Benedetto XVI, Angelus del 2 novembre 2008). Oggi è necessario che i Pastori e tutti i cristiani esprimano in modo più concreto il senso della fede nei confronti dell’esperienza famigliare del lutto. Non si deve negare il diritto al pianto - dobbiamo piangere nel lutto -, anche Gesù «scoppiò in pianto» e fu «profondamente turbato» per il grave lutto di una famiglia che amava (Gv 11,33-37). Possiamo piuttosto attingere dalla testimonianza semplice e forte di tante famiglie che hanno saputo cogliere, nel durissimo passaggio della morte, anche il sicuro passaggio del Signore, crocifisso e risorto, con la sua irrevocabile promessa di risurrezione dei morti. Il lavoro dell’amore di Dio è più forte del lavoro della morte. E’ di quell’amore, è proprio di quell’amore, che dobbiamo farci “complici” operosi, con la nostra fede! E ricordiamo quel gesto di Gesù: “E Gesù lo restituì a sua madre”, così farà con tutti i nostri cari e con noi quando ci incontreremo, quando la morte sarà definitivamente sconfitta in noi. Essa è sconfitta dalla croce di Gesù. Gesù ci restituirà in famiglia a tutti!

giovedì 11 giugno 2015

#PapaFrancesco Udienza Generale: La Famiglia 18.Famiglia e malattia. (10 Giugno 2015)

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PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 10 giugno 2015




La Famiglia - 18. Famiglia e malattia

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

continuiamo con le catechesi sulla famiglia, e in questa catechesi vorrei toccare un aspetto molto comune nella vita delle nostre famiglie, quello della malattia. E’ un’esperienza della nostra fragilità, che viviamo per lo più in famiglia, fin da bambini, e poi soprattutto da anziani, quando arrivano gli acciacchi. Nell’ambito dei legami familiari, la malattia delle persone cui vogliamo bene è patita con un “di più” di sofferenza e di angoscia. E’ l’amore che ci fa sentire questo “di più”. Tante volte per un padre e una madre, è più difficile sopportare il male di un figlio, di una figlia, che non il proprio. La famiglia, possiamo dire, è stata da sempre l’“ospedale” più vicino. Ancora oggi, in tante parti del mondo, l’ospedale è un privilegio per pochi, e spesso è lontano. Sono la mamma, il papà, i fratelli, le sorelle, le nonne che garantiscono le cure e aiutano a guarire.

Nei Vangeli, molte pagine raccontano gli incontri di Gesù con i malati e il suo impegno a guarirli. Egli si presenta pubblicamente come uno che lotta contro la malattia e che è venuto per guarire l’uomo da ogni male: il male dello spirito e il male del corpo. E’ davvero commovente la scena evangelica appena accennata dal Vangelo di Marco. Dice cosi: «Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati» (1,29). Se penso alle grandi città contemporanee, mi chiedo dove sono le porte davanti a cui portare i malati sperando che vengano guariti! Gesù non si è mai sottratto alla loro cura. Non è mai passato oltre, non ha mai voltato la faccia da un’altra parte. E quando un padre o una madre, oppure anche semplicemente persone amiche gli portavano davanti un malato perché lo toccasse e lo guarisse, non metteva tempo in mezzo; la guarigione veniva prima della legge, anche di quella così sacra come il riposo del sabato (cfr Mc 3,1-6). I dottori della legge rimproveravano Gesù perché guariva il sabato, faceva il bene il sabato. Ma l’amore di Gesù era dare la salute, fare il bene: e questo va sempre al primo posto!

Gesù manda i discepoli a compiere la sua stessa opera e dona loro il potere di guarire, ossia di avvicinarsi ai malati e di prendersene cura fino in fondo (cfr Mt 10,1). Dobbiamo tener bene a mente quel che disse ai discepoli nell’episodio del cieco nato (Gv 9,1-5). I discepoli – con il cieco lì davanti! – discutevano su chi avesse peccato, perché era nato cieco, lui o i suoi genitori, per provocare la sua cecità. Il Signore disse chiaramente: né lui, né i suoi genitori; è così perché si manifestino in lui le opere di Dio. E lo guarì. Ecco la gloria di Dio! Ecco il compito della Chiesa! Aiutare i malati, non perdersi in chiacchiere, aiutare sempre, consolare, sollevare, essere vicino ai malati; è questo il compito.

La Chiesa invita alla preghiera continua per i propri cari colpiti dal male. La preghiera per i malati non deve mai mancare. Anzi dobbiamo pregare di più, sia personalmente sia in comunità. Pensiamo all’episodio evangelico della donna Cananea (cfr Mt 15,21-28). E’ una donna pagana, non è del popolo di Israele, ma una pagana che supplica Gesù di guarire la figlia. Gesù, per mettere alla prova la sua fede, dapprima risponde duramente: “Non posso, devo pensare prima alle pecore di Israele”. La donna non recede – una mamma, quando chiede aiuto per la sua creatura, non cede mai; tutti sappiamo che le mamme lottano per i figli – e risponde: “Anche ai cagnolini, quando i padroni si sono sfamati, si dà qualcosa!”, come per dire: “Almeno trattami come una cagnolina!”. Allora Gesù le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (v. 28).
Di fronte alla malattia, anche in famiglia sorgono difficoltà, a causa della debolezza umana. Ma, in genere, il tempo della malattia fa crescere la forza dei legami familiari. E penso a quanto è importante educare i figli fin da piccoli alla solidarietà nel tempo della malattia. Un’educazione che tiene al riparo dalla sensibilità per la malattia umana, inaridisce il cuore. E fa sì che i ragazzi siano “anestetizzati” verso la sofferenza altrui, incapaci di confrontarsi con la sofferenza e di vivere l’esperienza del limite. Quante volte noi vediamo arrivare a lavoro un uomo, una donna con una faccia stanca, con un atteggiamento stanco e quando gli si chiede “Che cosa succede?”, risponde: “Ho dormito soltanto due ore perché a casa facciamo il turno per essere vicino al bimbo, alla bimba, al malato, al nonno, alla nonna”. E la giornata continua con il lavoro. Queste cose sono eroiche, sono l’eroicità delle famiglie! Quelle eroicità nascoste che si fanno con tenerezza e con coraggio quando in casa c’è qualcuno ammalato.


La debolezza e la sofferenza dei nostri affetti più cari e più sacri, possono essere, per i nostri figli e i nostri nipoti, una scuola di vita - è importante educare i figli, i nipoti a capire questa vicinanza nella malattia in famiglia - e lo diventano quando i momenti della malattia sono accompagnati dalla preghiera e dalla vicinanza affettuosa e premurosa dei familiari. La comunità cristiana sa bene che la famiglia, nella prova della malattia, non va lasciata sola. E dobbiamo dire grazie al Signore per quelle belle esperienze di fraternità ecclesiale che aiutano le famiglie ad attraversare il difficile momento del dolore e della sofferenza. Questa vicinanza cristiana, da famiglia a famiglia, è un vero tesoro per la parrocchia; un tesoro di sapienza, che aiuta le famiglie nei momenti difficili e fa capire il Regno di Dio meglio di tanti discorsi! Sono carezze di Dio.

giovedì 4 giugno 2015

#PapaFrancesco Udienza Generale: 17.Famiglia e Povertà. «Se sparisce la famiglia viene giù tutto» (3 Giugno 2015)

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PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 3 giugno 2015


La Famiglia - 17. Famiglia e povertà

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questi mercoledì abbiamo riflettuto sulla famiglia e andiamo avanti su questo tema, riflettere sulla famiglia. E da oggi le nostre catechesi si aprono, con la riflessione alla considerazione della vulnerabilità che ha la famiglia, nelle condizioni della vita che la mettono alla prova. La famiglia ha tanti problemi che la mettono alla prova.
Una di queste prove è la povertà. Pensiamo a tante famiglie che popolano le periferie delle megalopoli, ma anche alle zone rurali… Quanta miseria, quanto degrado! E poi, ad aggravare la situazione, in alcuni luoghi arriva anche la guerra. La guerra è sempre una cosa terribile. Essa inoltre colpisce specialmente le popolazioni civili, le famiglie. Davvero la guerra è la “madre di tutte le povertà”, la guerra impoverisce la famiglia, una grande predatrice di vite, di anime, e degli affetti più sacri e più cari.

Nonostante tutto questo, ci sono tante famiglie povere che con dignità cercano di condurre la loro vita quotidiana, spesso confidando apertamente nella benedizione di Dio. Questa lezione, però, non deve giustificare la nostra indifferenza, ma semmai aumentare la nostra vergogna per il fatto che ci sia tanta povertà! E’ quasi un miracolo che, anche nella povertà, la famiglia continui a formarsi, e persino a conservare – come può – la speciale umanità dei suoi legami. Il fatto irrita quei pianificatori del benessere che considerano gli affetti, la generazione, i legami famigliari, come una variabile secondaria della qualità della vita. Non capiscono niente! Invece, noi dovremmo inginocchiarci davanti a queste famiglie, che sono una vera scuola di umanità che salva le società dalla barbarie.

Che cosa ci rimane, infatti, se cediamo al ricatto di Cesare e Mammona, della violenza e del denaro, e rinunciamo anche agli affetti famigliari? Una nuova etica civile arriverà soltanto quando i responsabili della vita pubblica riorganizzeranno il legame sociale a partire dalla lotta alla spirale perversa tra famiglia e povertà, che ci porta nel baratro.
L’economia odierna si è spesso specializzata nel godimento del benessere individuale, ma pratica largamente lo sfruttamento dei legami famigliari. E’ una contraddizione grave, questa! L’immenso lavoro della famiglia non è quotato nei bilanci, naturalmente! Infatti l’economia e la politica sono avare di riconoscimenti a tale riguardo. Eppure, la formazione interiore della persona e la circolazione sociale degli affetti hanno proprio lì il loro pilastro. Se lo togli, viene giù tutto.
Non è solo questione di pane. Parliamo di lavoro, parliamo di istruzione, parliamo di sanità. E’ importante capire bene questo. Rimaniamo sempre molto commossi quando vediamo le immagini di bambini denutriti e malati che ci vengono mostrate in tante parti del mondo. Nello stesso tempo, ci commuove anche molto lo sguardo sfavillante di molti bambini, privi di tutto, che stanno in scuole fatte di niente, quando mostrano con orgoglio la loro matita e il loro quaderno. E come guardano con amore il loro maestro o la loro maestra! Davvero i bambini lo sanno che l’uomo non vive di solo pane! Anche l’affetto famigliare; quando c’è la miseria i bambini soffrono, perché loro vogliono l’amore, i legami famigliari.

Noi cristiani dovremmo essere sempre più vicini alle famiglie che la povertà mette alla prova. Ma pensate, tutti voi conoscete qualcuno: papà senza lavoro, mamma senza lavoro … e la famiglia soffre, i legami si indeboliscono. E’ brutto questo. In effetti, la miseria sociale colpisce la famiglia e a volte la distrugge. La mancanza o la perdita del lavoro, o la sua forte precarietà, incidono pesantemente sulla vita familiare, mettendo a dura prova le relazioni. Le condizioni di vita nei quartieri più disagiati, con i problemi abitativi e dei trasporti, come pure la riduzione dei servizi sociali, sanitari e scolastici, causano ulteriori difficoltà.  A questi fattori materiali si aggiunge il danno causato alla famiglia da pseudo-modelli, diffusi dai mass-media basati sul consumismo e il culto dell’apparire, che influenzano i ceti sociali più poveri e incrementano la disgregazione dei legami familiari. Curare le famiglie, curare l’affetto, quando la miseria mette la famiglia alla prova!


La Chiesa è madre, e non deve dimenticare questo dramma dei suoi figli. Anch’essa dev’essere povera, per diventare feconda e rispondere a tanta miseria. Una Chiesa povera è una Chiesa che pratica una volontaria semplicità nella propria vita – nelle sue stesse istituzioni, nello stile di vita dei suoi membri – per abbattere ogni muro di separazione, soprattutto dai poveri. Ci vogliono la preghiera e l’azione. Preghiamo intensamente il Signore, che ci scuota, per rendere le nostre famiglie cristiane protagoniste di questa rivoluzione della prossimità famigliare, che ora ci è così necessaria! Di essa, di questa prossimità famigliare, fin dall’inizio, è fatta la Chiesa. E non dimentichiamo che il giudizio dei bisognosi, dei piccoli e dei poveri anticipa il giudizio di Dio (Mt 25,31-46). Non dimentichiamo questo e facciamo tutto quello che noi possiamo per aiutare le famiglie ad andare avanti nella prova della povertà e della miseria che colpiscono gli affetti, i legami famigliari. 

Io vorrei leggere un’altra volta il testo della Bibbia che abbiamo ascoltato all’inizio e ognuno di noi pensi alle famiglie che sono provate dalla miseria e dalla povertà, la Bibbia dice così: «Figlio, non rifiutare al povero il necessario per la vita, non essere insensibile allo sguardo dei bisognosi. Non rattristare chi ha fame, non esasperare chi è in difficoltà. Non turbare un cuore già esasperato, non negare un dono al bisognoso. Non respingere la supplica del povero, non distogliere lo sguardo dall’indigente. Da chi ti chiede non distogliere lo sguardo, non dare a lui l’occasione di maledirti» (Sir 4,1-5a). Perché questo sarà quello che farà il Signore - lo dice nel Vangelo - se non facciamo queste cose.

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